Il calcio è potere, ma stringere quel potere tra le proprie mani è tutt’altro che semplice, come si sta rendendo conto il presidente della FIFA, Gianni Infantino. Questo Mondiale in Nord America è stato presentato come l’edizione più ricca e grande (anche per il numero di partecipanti, passato da 32 a 48) della storia, ma per Infantino sta rischiando di diventare un incubo politico.
Lo stretto legame con Donald Trump ha generato discussioni e polemiche fin dall’inizio del 2025, quando Infantino inaspettatamente partecipò alla cerimonia d’insediamento del Presidente degli Stati Uniti. Da lì in avanti, la questione non ha fatto che diventare sempre più evidente, passando per il controverso Premio per la Pace che la FIFA ha assegnato a Trump lo scorso dicembre e per l’irrituale presenza di Infantino alla riunione inaugurale del Board of Peace per Gaza. C’erano state minacce di boicottaggio del Mondiale (soprattutto in Germania), ma alla fine la crisi era rientrata. Con il calcio d’inizio del torneo, però, è tornata più che mai al centro del dibattito.
Le limitazioni sui visti d’ingresso negli Stati Uniti hanno creato problemi insoliti all’organizzazione del Mondiale, escludendo molti tifosi, provenienti in particolare dai paesi africani, e addirittura un arbitro somalo che era stato regolarmente scelto dalla FIFA per dirigere alcune partite. Il caso dell’Iran, costretto a spostare la sede del proprio ritiro in Messico e a fare avanti e indietro dagli Stati Uniti per disputare le partite, ha fatto scalpore a livello internazionale. Infine, è arrivato il caso Balogun: la FIFA ha deciso di sospendere la squalifica del miglior giocatore degli USA dietro esplicita richiesta di Trump. E, cosa anche peggiore, si è rifiutata di fare lo stesso, pochi giorni dopo, in un caso molto simile, relativo al difensore dell’Inghilterra Jarrell Quansah.
Tutte queste controversie hanno indebolito come non mai la posizione di Infantino nei confronti delle 211 federazioni nazionali che compongono la FIFA, e che contribuiscono a mantenerlo al potere. Nel 2027 si terranno infatti le prossime elezioni presidenziali dell’associazione, e la leadership di Infantino non è mai stata precaria quanto oggi.
La frattura tra Infantino e l’Europa
Infantino è giunto al suo decimo anno da presidente della FIFA, essendo stato eletto per la prima volta nel 2016. Curiosamente, dieci anni fa è stato anche l’ultimo Congresso dell’organizzazione in cui si erano presentati degli sfidanti: Salman bin Ibrahim Al Khalifa, dal Bahrain, e Ali bin Al Hussein, dalla Giordania. Da allora, Infantino ha sempre corso per la rielezione senza alcuna opposizione, e al momento questa situazione dovrebbe ripresentarsi nel 2027.
La FIFA è un’organizzazione estremamente democratica: ogni membro ha un voto; non esistono pesi differenti tra le associazioni o premi di maggioranza. Eppure è opinione comune che, sotto la gestione del dirigente svizzero, la FIFA sia divenuta sempre meno democratica. Nel nome dell’unità e della coesione, Infantino ha spinto per avere un unico candidato presidente (lui stesso, appunto), così da mostrare una FIFA senza divisioni. La stessa cosa è avvenuta con l’assegnazione dei prossimi Mondiali, in cui ha manovrato per fare in modo di avere un’unica candidatura. A fine 2024, quando sono state assegnate le edizioni del 2030 (a Spagna, Portogallo e Marocco) e del 2034 (all’Arabia Saudita), è stato addirittura abolito il voto classico, procedendo per acclamazione, così da nascondere eventuali voti contrari.
Tra gli oppositori c’è senza dubbio Lise Klaveness, la presidente della Federcalcio norvegese. Unica voce critica nella FIFA verso le violazioni dei diritti umani in Qatar e in Arabia Saudita, ha contestato anche l’inazione dell’organizzazione nei confronti di Israele. Ma lo scetticismo verso Infantino riguarda molte associazioni europee, come Germania, Olanda, Danimarca. La confederazione del calcio europeo (UEFA) è il nemico principale di Infantino, per ragioni sia politiche che economiche. La UEFA guadagna annualmente molto di più della FIFA, e Infantino sta da tempo cercando di cambiare questa situazione: ciò ha portato a una frattura con il capo del calcio europeo, Aleksander Čeferin, che secondo molti potrebbe sfidare Infantino nel 2027.
Di sicuro, la UEFA non nasconde la propria antipatia per il presidente della FIFA. Dopo che Infantino ha accettato l’allontanamento dell’arbitro somalo Omar Artan dal Mondiale, la UEFA lo ha annunciato come arbitro della prossima Supercoppa europea. Mentre il Mondiale faceva discutere per i prezzi fuori mercato dei biglietti delle partite, Čeferin annunciava biglietti a prezzi bassi per l’Europeo del 2028. La UEFA si è inoltre schierata compatta contro la sospensione della squalifica di Balogun. Come se non bastasse, per quest’ultimo caso è stata lanciata una richiesta di indagine nei confronti di Infantino da parte di diversi europarlamentari.
La FIFA perde i pezzi
Una delle storie più significative è quella che è stata rivelata relativamente alla Federcalcio inglese. Secondo il Telegraph, sarebbe stata sul punto di annunciare pubblicamente il proprio sostegno alla rielezione di Infantino, ma proprio il caso Balogun ha convinto gli inglesi a non esporsi. E la mancata sospensione della squalifica di Quansah ha probabilmente spostato definitivamente l’Inghilterra nel campo degli oppositori del presidente.
Chi invece è pubblicamente dalla sua parte è la CAF, ovvero la Confederazione del calcio africano, il cui presidente, l’imprenditore sudafricano Patrice Motsepe, è molto amico di Infantino e pure in buoni rapporti con Trump. Claude Le Roy, allenatore francese veterano con una lunga carriera in Africa, ha accusato recentemente i dirigenti sportivi del continente di sostenere Infantino solo per i guadagni che garantisce loro, disinteressandosi della dignità e dello sviluppo del calcio africano.
Ma questo Mondiale ha probabilmente intaccato la reputazione di Infantino anche tra le federazioni africane. Il caso dell’arbitro Artan ha dimostrato che la FIFA non è disposta a difendere l’Africa e le sue eccellenze sportive (Artan è stato nominato miglior arbitro della CAF nel 2025), così come i suoi tifosi. I sostenitori di molte squadre africane qualificatesi al Mondiale non hanno potuto seguirle dal vivo a causa dei visti negati dagli Stati Uniti, e problemi simili sono stati riscontrati anche dai giornalisti africani. Ha fatto molto discutere il caso di Vozinha, portiere di Capo Verde che, dopo aver vinto il premio di migliore in campo nel suo match di debutto nella competizione, ha rivelato che alla madre era stato impossibile ottenere un visto per vederlo giocare.
Come sottolineato dal giornalista John Duerden, esperto di calcio asiatico, anche tra le federazioni dell’AFC (Asian Football Confederation) è in crescita il malcontento verso l’operato della FIFA. Pesano molto il trattamento riservato all’Iran al Mondiale e, in generale, quello verso la Palestina. In questo caso, però, il sostegno di cui gode Infantino sembra essere ancora piuttosto solido, soprattutto grazie ai paesi del Golfo. Il Qatar e l’Arabia Saudita sono inoltre due partner fondamentali della FIFA, tramite Qatar Airways e Aramco, e i rispettivi leader non si sono mai fatti problemi a farsi vedere assieme al dirigente svizzero.
Resta incerta la situazione nelle Americhe, tendenzialmente un solido bacino di voti per il presidente della FIFA. Tuttavia, anche in questo caso la situazione di Balogun ha creato delle tensioni: Trump ha più volte paventato sospetti di corruzione per l’arbitro che aveva inizialmente espulso l’attaccante statunitense, il brasiliano Raphael Clauss, causando le proteste da parte della Federcalcio verdeoro. Ci sono inoltre delle lamentele per i presunti favoritismi ricevuti dall’Argentina, che potrebbero creare ulteriori discussioni tra i sudamericani.
Insomma, non si può ancora dire che il regno di Gianni Infantino sia giunto al capolinea, ma la sua posizione è oggi molto meno solida rispetto a un anno fa. Se anche dovesse riuscire a venire rieletto presidente l’anno prossimo, comunque, si tratterebbe del suo ultimo mandato: nel 2031, qualcuno dovrà presentarsi al suo posto, a meno di un cambio delle regole dell’ultimo minuto.