L’obiettivo dei democratici nel (secondo) processo di impeachment contro Donald Trump, il primo nella storia americana contro un ex presidente, è chiaro: oltre a impedire a The Donald di ricandidarsi nel 2024, il “sogno” dei dem e dei repubblicani ostili al tycoon – come Mitt Romney – è quello di “de-Trumpizzare” il Gop, facendolo tornare a quello che era prima dell’avvento di Donald Trump, “normalizzando” così il partito e spazzare via ogni residuato di sovranismo e populismo. Nelle scorse ore, come riportato dall’agenzia LaPresse, il Senato degli Stati Uniti ha riconosciuto costituzionale il processo di impeachment a carico dell’ex presidente, votando dunque per andare avanti con l’intera procedura. Il riconoscimento è avvenuto con 56 voti contro 44: questo significa che sei repubblicani hanno votato con i democratici per andare avanti con il processo. La difesa di Trump, che è accusato di incitamento all’insurrezione, sosteneva che il tycoon non potesse affrontare un processo per impeachment dal momento che non è più presidente.

I sei repubblicani che si sono uniti ai democratici sono Susan Collins del Maine, Bill Cassidy della Louisiana, Lisa Murkowski dell’Alaska, Mitt Romney dello Utah, Ben Sasse del Nebraska e Pat Toomey della Pennsylvania. Cassidy ha cambiato il suo voto da gennaio quando era tra i 45 repubblicani che hanno sostenuto una mozione del senatore Rand Paul che dichiarava incostituzionale il processo, spiegando di essere stato persuaso dalle argomentazioni dei promotori dell’impeachment della Camera. Il voto rappresenta un dato politico importante, e rappresenta una vittoria per il tycoon, che gode ancora della stima e lealtà del suo partito. Per la condanna sarebbe necessaria la maggioranza dei due terzi del Senato (composto da 100 seggi) e dunque il voto di 17 repubblicani. Per il momento siamo solamente a 6, quelli che grosso modo ci si aspettava alla vigilia.

La sfida interna al partito repubblicano

In attesa che si concluda il processo di impeachment, è chiaro che il Gop è ancora un partito “trumpista”, ma è altrettanto vero che la sfida interna al Gop è viva e riguarda soprattutto il futuro del partito e l’eredità del magnate. Il deputato Matt Gaetz, all’indomani dell’inizio del processo a carico dell’ex presidente, ha dichiarato di essere “in una battaglia per l’anima del partito repubblicano e io voglio vincerla”. Come nota The Hill, nella battaglia per il futuro del partito, ci sono due centri di potere in competizione: uno è il primo Presidente Trump, l’altro leader della minoranza al Senato Mitch McConnell.

McConnell si è scagliato nelle scorse settimane contro Marjorie Taylor Greene, simpatizzante di QAnon e alleata di Trump ed è intervenuto per supportare Liz Cheney. La repubblicana è stata uno dei 10 deputati del suo partito a votare per mettere sotto accusa Trump in seguito all’insurrezione del Campidoglio del 6 gennaio. All’indomani di quell’evento, McConnell ha detto che Trump aveva “provocato” la folla e che essa era alimentata “dalle bugie” del tycoon. Ma la divisione all’interno del Gop non riguarda solamente l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio scorso. Oltre a McConnell e Liz Cheney, uno degli esponenti di punta degli anti-Trump è sicuramente Mitt Romney, descritto dal Financial Times come un “modello” per il futuro del partito.

Un nuovo partito? Più facile un nuovo “Tea Party”

Nelle scorse settimane si era addirittura vociferato che Donald Trump e i suoi fedelissimi avrebbero dato vita a un nuovo partito. Come spiegato da Francesco Boezi su InsideOver, The Donald avrebbe pensato di irrompere sulla scena politica con un nuovo partito. Quasi una creatura personale, che nascerebbe sulla scia del progetto dell’internazionale populista. Quello su cui, almeno per un po’ di tempo, aveva lavorato il guru trumpiano Steve Bannon, che l’ex presidente degli Stati Uniti ha graziato poco prima di lasciare la Casa Bianca. Siamo nel campo delle ipotesi, ma il “Patriot Party” – questo è il nome che sarebbe stato individuato – è un’opzione verosimile per il futuro politico di Trump.

Sappiamo tuttavia quanto possa essere imprevedibile The Donald, che da settimane si è trincerato in un silenzio quasi surreale. Al momento sembra più probabile che la sua lotta contro l’establishment del partito rimanga nel recinto del Gop, magari mettendo in piedi un movimento su modello del Tea Party: il magnate, infatti, in attesa di attendere l’esito del processo di impeachment, può contare su una schiera di fedelissimi che va dal “libertariano” Rand Paul passando per Matt Gaetz fino all’ultraconservatore Ted Cruz. Tutti papabili successori di Donald Trump in vista delle prossime elezioni presidenziali.