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“Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”. Non c’è modo migliore per descrivere il colpo ad effetto di Pedro Sánchez che ha rimodellato il suo governo se non con la classica massima gattopardiana. A prima vista, il cambiamento sembra radicale: sette nuovi ministri, licenziamento a sorpresa dei suoi pretoriani, un governo ringiovanito e una maggioranza composta da donne. Un nuovo corso per la Spagna in un contesto post-Covid, una nuova opportunità dopo un disastroso inizio di mandato? O semplicemente una cortina di fumo per continuare come prima? Qualsiasi osservatore della politica spagnola conosce la risposta: sebbene la Spagna ne abbia bisogno come mai prima, Sánchez non cambierà. Come sempre.

La stabilità dell’esecutivo spagnolo è estremamente precaria e Sánchez fa affidamento su una coalizione di partiti che anche tra i ranghi socialisti è descritta come il “governo Frankenstein”. A parte un partito antisistema di estrema sinistra come Podemos (partito in caduta libera che non rappresenta più del 10% dei voti), il Presidente del governo deve il suo ruolo ai partiti indipendentisti catalani, al nazionalismo basco e persino agli eredi politici dei terroristi dell’Eta. Cioè a partiti che non nascondono la loro volontà di ribaltare l’attuale Costituzione e mettere in discussione l’integrità territoriale del Paese. Sánchez ha pagato un prezzo esorbitante per due anni pur di mantenere il potere sia adottando politiche ideologiche imposte da ministri apertamente comunisti sia graziando i prigionieri politici condannati dalla Corte Suprema.

Mentre in Italia Mario Draghi gode di ampio sostegno parlamentare ed è riuscito a guidare le forze politiche sulla via del pragmatismo, la Spagna ha un primo ministro tanto astuto tatticamente quanto strategicamente incompetente. Un politico la cui intenzione principale è conquistare il potere e poi non esercitarlo, che si preoccupa più di apparire che di fare e più di manovrare che di governare. Sanchez appare come la copia negativa dell’attuale Presidente del Consiglio italiano.

Contrariamente all’Italia, la tensione tra i poteri dello Stato in Spagna è al limite. Oltre a innumerevoli scontri senza precedenti tra il potere giudiziario (Corte Suprema, Consiglio Generale del Potere Giudiziario, Corte dei Conti) e l’Esecutivo, Pedro Sánchez ha sottoposto la Corona a una serie di attacchi e umiliazioni senza precedenti in quarant’anni di democrazia in un periodo di maggiore vulnerabilità politica e sociale del Paese. Tutto questo in contrasto con la Pax Draghiana, lo stretto rapporto tra il presidente Mattarella e lo stesso Draghi e la tregua che le forze politiche hanno siglato.

Insieme all’Italia, la Spagna sarà il Paese che beneficerà maggiormente dei fondi europei (140 miliardi di euro). Ma contrariamente al Bel Paese, queste non saranno gestite con la stessa trasparenza e trasversalità né con una partecipazione attiva del settore privato. Una gestione che si annuncia approssimativa e che si aggiunge alla complessità territoriale della Spagna, uno stato federale che non osa ammettere di essere tale. Le risorse del recovery fund faranno la differenza in ogni caso ma il Paese corre il rischio di non sfruttare appieno questa storica opportunità perché manca dell’orizzontalità e delle competenze di cui l’Italia potrebbe beneficiare.

Il Covid e la successiva crisi hanno colpito duramente tutti e due i Paesi e l’Europa ha mostrato la stessa generosità verso entrambi. Anche così, è probabile che l’Italia colga questa opportunità meglio della Spagna perché in Italia, con la crisi, alcune cose sono cambiate mentre in Spagna, nonostante le roboanti modifiche ministeriali e altri provvedimenti per la stampa, nulla è cambiato. Sánchez è salito al potere prima della crisi e continua a governare come se nulla fosse successo. Cambia tutto in modo che nulla cambi. Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima.

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