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A circa due mesi dalla vittoria nelle elezioni presidenziali francesi Emmanuel Macron, forte di una salda presa sul potere rafforzata dal successo di La Republique En marche! al recente voto legislativo, risulta depositario di un enorme ascendente sul mondo politico francese: figlio del ralliement di una cospicua parte dell’establishment economico, politico e istituzionale francese, il successo dell’enigmatico Emmanuel Macron contro Marine Le Pen nel ballottaggio di inizio maggio è stato presentato da buona parte dei media mainstream come la vittoria della speranza, come l’opportunità decisiva per il rilancio di un’Unione Europea assediata da una non meglio precisata “minaccia populista”. Macron è stato caricato di significati mentre la sua corsa verso l’Eliseo prendeva forma, e nel tourbillon degli sperticati elogi profusi nei suoi confronti  spiccano senz’altro gli azzardati paragoni dello storico Christian Delporte e del giornalista de La Stampa Cesare Martinetti, che sono arrivati a ipotizzare dei parallelismi tra il nuovo inquilino dell’Eliseo e, rispettivamente, Charles De Gaulle e Napoleone Bonaparte. 

Fermo restando che tali paragoni si squalificano automaticamente nel giudizio di chi ha conoscenza e consapevolezza della statura storica delle figure prese in considerazione, si può al tempo stesso parlare di una vera e propria “deriva bonapartista” impressa da Macron alla sua presidenza a pochi mesi dal suo insediamento. Con la giustificazione di imporre crismi “rivoluzionari” a un programma politico fondato sul deciso assalto alle residue normative vigenti nella tutela del mercato del lavoro e sulla volontà di introdurre nella legislazione ordinaria numerose fattispecie riferibili allo “stato d’emergenza”, Macron si è fortemente focalizzato sull’obiettivo di personalizzare profondamente la vita politica francese e di concentrare il suo sviluppo sulla base delle sue scelte personali. Un’analisi realizzata da I Diavoli ha segnalato come Macron sia rimasto preda di una vera e propria “sindrome napoleonica” e ha segnalato le principali decisioni fortemente irrituali che hanno sinora contraddistinto la nuova presidenza: Macron ha sin dall’inizio svilito profondamente la figura del Primo Ministro Edouard Philippe in seno al suo governo, arrivando a usurparne la tradizionale prerogativa di presentazione del programma di fronte al Parlamento. A ciò ha fatto seguito il repentino rimpasto di governo che, dopo l’estromissione degli alleati di MoDem, ha portato alla completa occupazione di tutte le cariche del governo da parte de La Republique En Marche! e in seguito, dopo l’elezione del nuovo Presidente del Parlamento François de Rugy, alla completa egemonizzazione degli incarichi istituzionali da parte della coalizione di maggioranza, senza che alla minoranza sia stata concessa alcuna possibilità di partecipare alla spartizione delle cariche.

A celebrazione dell’autoproclamato nuovo corso il “gelido e sicuro” Macron ha pronunciato un vero e proprio “discorso sullo stato della nazione in pieno stile americano” di fronte al Parlamento riunito, come gli Stati Generali di antica memoria, in seduta comune alla reggia di Versailles, certificando la sua personale concezione del “trono repubblicano” di Francia. 

A concludere la prima fase dell’era Macron sarà la grande celebrazione nazionale del 14 luglio, che vedrà la presenza del Presidente statunitense Donald Trump, al termine della quale Macron non presenzierà alla tradizionale conferenza stampa perché, come riportato da Marcello Foa, l’Eliseo si è giustificato spiegando che “il suo pensiero è troppo complesso e non si presta al gioco domande -risposte dei giornalisti”. Dal contraddittorio si passa agli editti imperiali: Macron che impone lo stop al processo d’acquisizione di STX France da parte di Fincantieri infischiandosene dell’ideologia mercantilista predicata in campagna elettorale; Macron che si permette di predicare lezioni sulla gestione dei flussi migratori da parte dell’Italia glissando sul ruolo della Francia nella destrutturazione degli scenari geopolitici nordafricani; Macron che porta avanti un sostanziale bluff, una vera e propria illusione e ha bisogno di procedere a passo di marcia per evitare una sua precoce scoperta. 

Il Segretario Generale del Partito Comunista Sergie Laurent ha parlato di “deriva assolutista” riferendosi a Macron, mentre al tempo stesso giudizi di netta condanna sono stati espressi anche dal capogruppo della delegazione socialista all’Assemblea Nazionale Olivier Fauré. La “svolta bonapartista” di Macron cavalca una più ampia “sindrome bonapartista” della Quinta Repubblica francese, ben spiegata da Sergio Romano: “La Francia è il Paese dove più frequentemente l’apparizione di un uomo politico sulla scena nazionale crea un improvviso spostamento della pubblica opinione sul suo nome e su quello di coloro che gli permetteranno di governare con una rispettabile maggioranza”. Il compattamento che ha rafforzato la presa sul potere di Macron è frutto dell’evaporazione delle tradizionali forze politiche francesi: il Presidente, ebbro del suo trionfo, sembra tuttavia aver perso il contatto col reale polso del Paese e essersi immedesimato in un vero e proprio “uomo solo al comando” sin dalla celebre marcia sulla spianata del Louvre seguita alla vittoria nel ballottaggio. Tale tendenza rischia di costare cara a Macron: prima ancora che in un Parlamento egemonizzato da La Republique En Marche!, nei prossimi mesi potrebbero essere le piazze di Francia a segnalare all’inquilino dell’Eliseo quanto rischiosa sia la strategia personalista perseguita nei suoi primi mesi di governo, dato che d’ora in avanti ogni fallimento del suo governo sarà ascrivibile come fallimento personale dello stesso Macron.

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