All’inizio, tra i corridoi della diplomazia internazionale, l’idea era solo sussurrata, detta a bassa voce forse per sondare il terreno e verificare una possibile attuazione su basi politiche. Oggi invece, la proposta potrebbe prendere forma: il riferimento è ad una futura missione sotto egida Onu e mandata avanti da soldati europei da svolgere nell’area di Sirte. Qui da settimane si stanno concentrando tutte le attenzioni relative al focus libico: dopo il ritiro del generale Haftar dall’area di Tripoli, è attorno alla città natale di Muammar Gheddafi il vero nuovo fronte capace di far cambiare il corso al conflitto. Controllata dagli uomini dell’uomo forte della Cirenaica dal 6 gennaio scorso, adesso Sirte fa gola alle milizie del Gna e dunque ai gruppi vicini al governo di Fayez Al Sarraj i quali da aprile stanno avanzando in tutta la parte ovest della Libia. Chi ha in mano Sirte, ha il controllo dei pozzi petroliferi posti ad est della città, con riferimento soprattutto ai campi di Brega e Ras Lanuf. L’importanza strategica del territorio è di natura sia politica che militare.

La proposta di una missione delle Nazioni Unite a Sirte

Da Tripoli, come da Bengasi, Sirte viene considerata un obiettivo vitale: da riprendere per il governo tripolino, da difendere invece per le forze di Haftar. E, dietro di loro, contestualmente la città è importante per i rispettivi sponsor: la Turchia, principale alleato di Al Sarraj a cui ha fornito mezzi e mercenari siriani islamisti decisivi per le recenti avanzate, vorrebbe sfruttare l’andamento favorevole del conflitto per mettere piede anche nel cuore della Libia. La Russia invece, che sostiene militarmente Haftar, teme un avanzamento su più fronti delle forze filo turche. Stesso discorso vale per altri storici sponsor del generale, dagli Emirati Arabi Uniti all’Egitto: da Il Cairo anzi, si è parlato a più riprese di Sirte come “linea rossa” da non oltrepassare, pena un intervento del proprio esercito in Libia per il quale il parlamento ha dato già formale via libera. Dunque, Sirte è altamente strategica e fondamentale per ogni possibile futura soluzione della guerra. Il rischio concreto è che per tal motivo la città subisca il terzo bagno di sangue in 9 anni, dopo la battaglia dell’ottobre 2011 che ha portato alla cattura e all’uccisione di Gheddafi e dopo l’operazione anti Isis svolta nell’estate del 2016 da milizie misuratine con l’apporto degli Usa.

Da qui le proposte, bisbigliate nei corridoi delle cancellerie internazionali, volte a creare una zona de militarizzata in grado di fare di Sirte una città “neutrale”. Fuori sia le milizie di Tripoli che l’esercito di Haftar, per far entrare invece una forza di interposizione. Un contingente internazionale, posto sotto la supervisione delle Nazioni Unite e con l’impegno da parte dei soldati di alcuni governi europei. Questa proposta sarebbe stata rilanciata, come trapelato da AgenziaNova nei giorni scorsi, durante la fase di mediazione degli Stati Uniti in corso da alcune settimane per scongiurare ulteriori escalation. In particolare, si starebbe cercando di convincere Haftar ad indietreggiare da Sirte. Alcune tribù della zona avrebbero promesso al generale che, in caso di suo ritiro, non appoggeranno le milizie del Gna: dovrebbe essere questo il preludio al possibile intervento internazionale in grado di garantire la neutralità di Sirte.

Nei giorni scorsi a parlare esplicitamente di una missione europea sotto egida Onu nel cuore della Libia, è stato il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas. Il rappresentante della diplomazia di Berlino ha posto l’accento sulla possibilità di trasformare Sirte ed Al Jufra in zone cuscinetto in cui impiantare una forza di interposizione internazionale in grado di dividere Gna ed Lna.

Le incognite sull’operazione

Per il momento è solo una proposta, passi in avanti formali in tal senso non ne sono stati fatti. Anche perché sulla missione peserebbero non poche perplessità. Da un lato provare ad evitare a Sirte un nuovo bagno di sangue è un obiettivo indubbiamente importante e da perseguire con ogni mezzo possibile: per i libici, dopo 9 anni di continue stragi e gravosi lutti, subire altri scontri fratricidi vorrebbe dire cadere in un incubo ancora più pesante di quello attuale. Inoltre, è altrettanto vero che una missione del genere a Sirte darebbe nuovamente slancio al ruolo dell’Europa: “Indubbiamente l’Ue tornerebbe protagonista in Libia – ha dichiarato ad InsideOver la docente Michela Mercuri – Sarebbe una missione in grado di rilanciare il vecchio continente nel dossier, anche se a guida tedesca e non italiana”. Dall’altro lato è altrettanto vero che occorrerebbe capire che tipo di missione sarà: “Bisogna vedere quanti Paesi eventualmente parteciperanno – ha aggiunto Michela Mercuri – Chi fornirà mezzi e soldati, chi si accollerà o meno il rischio di andare laggiù, quali saranno le regole di ingaggio. Può essere un’operazione importante per l’Europa se sarà condivisa da molti governi, diversamente si rischia un fallimento prima di tutto politico”.

Inoltre, occorre anche capire quale sarà la reazione dei libici: “Molte milizie scenderanno in piazza all’annuncio dell’arrivo di soldati stranieri in Libia – ha ipotizzato Mercuri – La missione non sarà ben vista da molti”. Dunque potrebbero esserci delle resistenze importanti, anche perché i libici devono già convivere con la presenza di combattenti stranieri nel proprio territorio: dai miliziani filo turchi ai contractors russi della Wagner, passando per forze speciali di diversi Paesi presenti in modo più o meno segreto sia nell’est che nell’ovest del Paese. E poi c’è da considerare anche le velleità delle parti chiamate direttamente in causa: Haftar si ritirerà realmente da Sirte e crederà alla promessa dell’istituzione di una zona neutrale? Al Sarraj, che dopo mesi di affanno adesso ha ripreso ad avanzare, deciderà davvero di arrestare alle porte della città contesa le milizie vicine al suo governo?

Perché la missione potrebbe rallentare il processo di normalizzazione della Libia

Ad ogni modo, è bene anche analizzare la situazione dal punto di vista dei libici e del futuro del loro Paese. Una forza di interposizione potrebbe sì garantire un raggiungimento più rapido di un auspicabile cessate il fuoco, al tempo stesso però potrebbe far ritardare ogni soluzione definitiva al conflitto. Una Libia costituita da zone cuscinetto e dove in una città come Sirte deve esserci la presenza di soldati stranieri per evitare conflitti, altro non sarebbe che un Paese ben lontano da una anche minima normalità. Al contrario, sarebbe un territorio costantemente in guerra e con precari equilibri difficili da mantenere. Non proprio una bella eredità da lasciare ad un popolo, quale quello libico, rimasto orfano di un vero Stato ed in preda a latenti tensioni mai realmente sopite che ogni giorno provocano lutti e distruzione. La Libia, per il bene e la stabilità del Mediterraneo, dovrebbe tornare ad essere una nazione normale con proprie istituzioni unitarie ed organi amministrativi in grado di governare il Paese per farlo uscire dalla guerra. Una missione al centro del suo territorio, significherebbe l’abdicazione ad ogni tentativo concreto di trovare una soluzione a lungo termine. In un contesto del genere, ad emergere in modo spontaneo è anche una precisa e semplice domanda: gli attori interni ed internazionali impegnati sul campo hanno realmente interesse a porre fine a questo conflitto?

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