La Libia è sempre più terreno di competizione tra diverse potenze per l’espansione delle rispettive sfere d’influenza e il perseguimento delle proprie agende politiche. Sfruttando le criticità presenti di uno Stato fallito – la spaccatura del Paese in due centri politici, le divisioni interne dettate dalla differente composizione etnica e tribale – Turchia e Russia hanno assunto oggi un ruolo di primo piano, ma non sono gli unici attori impegnati nella questione libica.
Ankara, dopo aver rinsaldato la sua presa in Tripolitania, aspira a un maggior ruolo anche in Cirenaica. Molteplici sono le motivazioni che spingono i turchi verso Est: dalle risorse stanziate nella mezzaluna petrolifera a un accordo con la Camera dei Rappresentanti che consenta alla Turchia di convertire in risultati spendibili i Memorandum siglati con il Governo di unità nazionale, tutt’ora in larga parte inattuati. Offrire a Bengasi armamenti militari, addestramento e cooperazione in altri settori critici, oltre a sminuire la presa russa sul Libyan National Army, serve ad acquisire capitale politico spendibile un domani.
Con la questione degli avamposti siriani ancora irrisolta, la Libia, per la Federazione Russa, ha acquisito, gradualmente, maggior rilievo. Parte delle risorse precedentemente dislocate in Siria sono state dirottate anche nella Cirenaica e nel Fezzan sotto il controllo del generale Haftar. L’accesso ai mari caldi, vettore per le aspirazioni di grandezza dai tempi di Pietro il Grande, sommato all’interesse per la penetrazione della ormai ex area d’influenza francese, spinge oggi il Cremlino a rinsaldare i legami con le autorità politiche e militari della Libia orientale cercando, al contempo, di instaurare rapporti diplomatici anche con la controparte.
Dimostrazioni di forza
Concentrandosi, quasi, esclusivamente sui vari proclami via X, via interviste, ecc… dell’amministrazione Trump e attendendo (invano) un loro lento dipanarsi, il rischio è che non si dia conto a quanto invece di più saliente e concreto: gli Stati Uniti stanno tornando in Libia. Nonostante il Paese nordafricano non sia una delle maggiori priorità per Washington, è possibile intravedere un deciso cambio di approccio in stile tutto americano. Oltre alle esibizioni di forza mostrate nel febbraio, il 26 del mese due bombardieri strategici B-52 hanno sorvolato lo spazio aereo libico in una esercitazione, e nell’aprile scorso, quando nei porti di Tripoli e Bengasi ha attraccato l’ammiraglia della sesta flotta, la Mount Whitney, è da sottolineare il ritorno, a distanza di più di dieci anni, della multinazionale Wheaterford . In sintesi: dimostrazioni di forza e presenza sul terreno sono la nuova tattica americana per la Libia.
L’imperativo statunitense, a queste latitudini, è di evitare che Mosca ottenga concessioni per l’utilizzo di una base navale che le consenta di insidiare l’Alleanza Atlantica nel suo fronte meridionale. La Turchia, sebbene faccia parte della Nato, gioca una partita tutta sua e non gode di un’ottima fiducia da parte degli apparati oltreoceano. La sua ambizione ad assumere una posizione crescente nella produzione petrolifera libica si scontrerà con la presenza di Eni, attore dominante, e con il ritorno delle aziende statunitensi.
La Libia è appena al di là del mare, croce (per tanti versi) e delizia (per gas e petrolio) da molto tempo per l’Itali. Vuoi seguire al meglio quanto accade nel complesso mosaico libico? Fallo con InsideOver e i suoi giornalisti. Unisciti a noi, abbonati oggi!

