Nulla di fatto. Dall’ennesimo vertice convocato per stabilizzare la Libia è uscita un’ennesima fumata nera. Non che alla vigilia si sperasse in qualcosa di meglio, per la verità. Ma alla mega riunione di Tunisi si era arrivati dopo un percorso, iniziato soprattutto nella seconda metà di questo 2020, contrassegnato da incontri e accordi diplomatici tra più attori interni impegnati nel dossier. E dunque l’idea che dalla capitale tunisina potesse uscire qualcosa di più concreto per il futuro della Libia non era così distante dalla realtà.

Nuovo incontro fra una settimana

Principale artefice del vertice di Tunisi è stata Stephanie Williams. È stata lei a marzo ad ereditare il ruolo di numero uno della missione Onu in Libia dopo le dimissioni di Ghassan Salamé. Formalmente la diplomatica americana è reggente, visto che un vero segretario non è stato ancora nominato dal palazzo di vetro. Tuttavia in estate la Williams, anche su input di Washington, ha accelerato sul percorso politico arenatosi a gennaio, poco dopo il vertice voluto dalla Germania a Berlino. La vera padrona di casa a Tunisi è stata lei. E dopo la fine dei colloqui è scesa in sala stampa per tracciare il nuovo/vecchio quadro della situazione. Non ha parlato di fallimento, né di fine del dialogo. Anzi, nell’incontro finale con i giornalisti la Williams ha provato a rilanciare: “Il dialogo prosegue – si legge nelle sue parole – Perché è l’unica vera soluzione alla crisi”.

Per la diplomatica statunitense, in odore di segretaria di Stato nella prossima amministrazione, non era possibile trovare soluzioni “a un conflitto di dieci anni entro una settimana”. E ha dato appuntamento ai prossimi giorni, quando si terrà un altro vertice seppur in videoconferenza: “Abbiamo riscontrato accordo su tre dossier importanti – ha proseguito la Williams – che riguardano i doveri dell’autorità esecutiva, i criteri di candidatura e la tabella di marcia. I politici libici ora hanno la possibilità di essere sulla scena o di finire come i dinosauri che si sono estinti”.

Niente accordi

Stephanie Williams nelle sue ultime dichiarazioni ha dovuto recitare la sua parte. Da “padrona di casa” e organizzatrice principale del vertice, non poteva certo lasciarsi andare a frasi vocate al pessimismo. Ma di motivi per essere scettici ce ne sono parecchi. Le parti libiche appaiono molto lontane da qualsivoglia accordo. Molta la diffidenza, molti i sospetti e i timori niente affatto sopiti durante il vertice di Tunisi. E dire che gli incontri in Marocco o a Ginevra, così come a Il Cairo nel corso di questi ultimi mesi avevano alimentato alcune speranze. Il fatto stesso che Fathi Bashaga, ministro dell’Interno del governo del premier Al Sarraj e potente uomo politico di Misurata, si sia recato in Egitto pochi giorni prima dell’incontro di Tunisi sembrava un segnale importante, se non addirittura decisivo.

Il quadro libico è ancora molto frastagliato e i percorsi fatti dopo il cessate il fuoco di agosto non hanno portato a un chiaro cambiamento della situazione. Né tanto meno ad accordi sui nomi dei futuri componenti di un governo unitario in Libia. Alla fine dei giochi, il contesto post Tunisi è identico a quello di sempre: Al Sarraj manterrà il suo posto, l’est continuerà a essere lontano politicamente dall’ovest, tribù e milizie proseguiranno a fare sul campo il bello e il cattivo tempo. L’unica indicazione che è arrivata riguarda la data delle elezioni: il 24 dicembre del 2021. Una data storica, perché coincide con il 70esimo anniversario dell’indipendenza della Libia. Ma senza un nuovo governo di unità nazionale, l’annuncio rimane un mero “wishful thinking”.

I retroscena

Gli aneddoti sulle frenetiche trattative fra i corridoi del lussuoso Four Season di Gammarth, location da urlo situata a meno di 15 chilometri dalle rovine romane di Cartagine e da Sidi Bou Said, si sprecano. Tanto per cominciare bisogna ancora scoprire di chi è la “manina” che ha contraffatto gli smart fake, documenti in apparenza ufficiali che mischiano alcune parti effettivamente in discussione con un testo puramente inventato. “Vere e proprie bozze avvelenate pervenute da fonti parlamentari libiche vicine alle istanze del generale Khalifa Haftar”, ha riferito l’Agenzia Nova. Un lavoro di fino che potrebbe essere stato confezionato a migliaia di chilometri di distanza dalla Libia, forse in Russia o negli Emirati Arabi Uniti.

É anche possibile che “alcuni delegati, allarmati dalle piega che stava prendendo la discussione, abbiano intenzionalmente favorito la circolazione pubblica di una bozza di accordo proprio per affossarla”, ha spiegato Alessandro Sansoni su L’Occidentale. Sia come sia, la diffusione degli accordi fake non ha contribuito a rasserenare il clima tra i 75 delegati libici. Diverse testate libiche hanno riferito di una Williams infuriata per i troppi leak, al punto da vietare le applicazioni di messaggistica istantanea ai partecipanti del Forum. Ma sul dialogo di Tunisi pesano come un macigno le accuse di corruzione tangenti. Secondo Mohamed Eljar, esperto di Libia e co-fondatore del Libya Outlook for Research and Consulting, i familiari e lo staff di Ali Ibrahim Dabaiba, controverso magnate libico oggetto di indagini in Scozia per frode, si sarebbero fatti beccare mentre offrivano in modo un po’ naif 200 mila dollari ad alcuni delegati in cambio dei voti a favore Abdulhamid al Dabaiba, politico di Misurata e fondatore del movimento Futuro per la Libia. L’Unsmil ha detto di essere al corrente delle accuse di compravendita dei voti e ha minacciato sanzioni. Ma la credibilità dell’intero sistema messo in piedi dall’Onu ha subito un colpo durissimo.

Le influenze straniere

In attesa del nuovo round del dialogo, che stavolta si terrà in streaming, la situazione sul terreno rimane cristallizzata. Il Paese è di fatto diviso in due: il Governo di accordo nazionale sostenuto dai Fratelli musulmani (dunque Turchia e Qatar) controlla la Tripolitania: l’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar (spalleggiato da Russia ed Emirati Arabi Uniti) comanda la Cirenaica. Il Fezzan, con le sue labili alleanze fra tribù del deserto e i suoi confini porosi, rimane terra di conquista sotto forte influenza francese. Probabilmente non è un caso che la Williams abbia ringraziato nel suo discorso inaugurale “i governi di Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti, così come l’Unione Europea per il loro generoso sostegno”, dimenticandosi dei nos amis di Parigi.

Ma chi ci guadagna da questa situazione di stallo sono essenzialmente Turchia Russia, anche se Ankara ha più fretta di capitalizzare. La Turchia del presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan (atteso a Tripoli nel momento in cui scriviamo) ha invertito il corso della guerra, ma finora ha raccolto pochi frutti. Nemmeno il Cremlino sembra intenzionato a lasciare il territorio conquistato nel fianco sud della Nato. Senza contare che il presidente russo Vladimir Putin ha una carta in più: può porre il veto al Consiglio di sicurezza per bloccare qualsiasi iniziativa Onu che non gli vada a genio. L’Europa, dal canto suo, appare molto distante, per non dire assente, da queste dinamiche, nonostante la Conferenza di Berlino di inizio anno abbia ringalluzzito la diplomazia comunitaria. Anche se non si spara più da giugno, a contare (e ad avere influenza sugli attori libici) erano e restano i “boots on ground”, non le fantomatiche conferenze di pace.