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Chi sono gli uomini dell’Italia per gestire la crisi in Libia? La domanda comincia a circolare insistentemente negli uffici del governo: perché adesso, con Tripoli sotto la scure dei miliziani, Fayez Al Sarraj indebolito e Khalifa Haftar che muove le truppe, l’Italia rischia di essere priva dei suoi uomini più esperti.

Come ricorda Stefano Feltri per Il Fatto Quotidiano, la questione è particolarmente delicata. L’ambasciatore Giuseppe Perrone, uno degli uomini più esperti in Italia di Libia e uno dei pochissimi ambasciatori rimasto sempre attivo a Tripoli, è ancora ufficialmente in ferie. Non è più tornato in Libia e non sembra destinato a mettere di nuovo piede in territorio libico. E intanto, c’è stallo anche sull’avvicendamento del capo del servizio segreto estero (Aise), Alberto Manenti, e del capo del coordinamento dell’intelligence, Alessandro Pansa.

Questo valzer di nomine, sostituzioni e ferie rischia quindi di creare un vuoto particolarmente delicato in una delle fasi più convulse della crisi libica. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva deciso la sostituzione dei due vertici dei servizi dopo che il governo Gentiloni aveva prorogato le scadenze dei loro incarichi. Una scelta andava fatta. Ma le tempistiche non aiutano ed è per questo che la decisione del vicepremier leghista sembra abbia creato uno stallo fra Lega e Movimento Cinque Stelle. Uno stallo che il governo pare abbia scelto di superare con una scelta estrema di Giuseppe Conte: continuare con Manenti all’Aise.

L’uomo dei servizi è un attore fondamentale nello scacchiere libico e nei rapporti fra Roma, Tripoli e Tobruk. Molto vicino al presidente Sergio Mattarella e incaricato da Marco Minniti a occuparsi del dossier libico, è uno degli uomini con maggiori contatti in Libia, Paese che conosce perfettamente dalla nascita, avendo i suoi natali a Tarhuna, in Tripolitania.

In questi anni, per il particolare ruolo di capo dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna, ha mantenuto contatti non solo con Sarraj, ma anche con Haftar. E in una fase in cui in Libia nessuno sa che fine farà Sarraj né se il generale Haftar possa assumere la leadership del Paese, avere un uomo che conosce entrambi gli schieramenti ed è apprezzato, aiuta e non poco a tessere la trama per ricucire i rapporti con tutte le fazioni.

Come scrive Il Fatto, “il predestinato a prendere il suo posto è il suo vice, il generale Giovanni Caravelli, anche lui attivo sul dossier Libia” e a cui Manenti ha affidato la direzione operativa sul campo. Ma non è detto che sia lui a prendere il suo posto. Per adesso c’è una sorta di “pausa di riflessione”, come confermato dalle indiscrezioni riguardo le scelte di Conte. E il dossier libico potrebbe essere particolarmente importante per capire il futuro della guida dell’Aise.

Garavelli non appare però più certo del suo futuro. E la sua nomina potrebbe essere messa in discussione proprio dai problemi con alcune fazioni libiche ma anche, come scrive L’Espresso, da alcuni scontri interni all’intelligence, in particolare da quei segmenti che non apprezzano la strategia seguita dai servizi italiani fino ad ora per quanto riguarda il dossier Libia.

Lo stallo di certo non aiuta a chiarire la strategia italiana. Roma si trova a dover affrontare una situazione particolarmente complessa e si ritrova senza certezze sugli uomini-chiave per la Libia. In questo momento, il governo è impegnato a tessere una rete di contatti e accordi diplomatici che freni le ambizioni di Emmanuel Macron. E la questione non è affatto scontata. Il ministro Enzo Moavero Milanesi è andato a Bengasi ad incontrare Haftar e ha raggiunto un accordo di massima con l’uomo forte della Cirenaica. Sul tavolo immigrazione clandestina, gas e petrolio, ma anche le elezioni: tema scottante visto che lo scontro fra Perrone e Haftar è nato proprio dalla contrarietà dell’ambasciatore italiano sul voto del 10 dicembre.

L’Italia deve riuscire a far quadrare i conti sulla Libia prima della conferenza internazionale di Sciacca. Ed è per questo che è iniziata a circolare insistentemente l’ipotesi di una proroga di Manenti almeno fino al 2019. Troppi i nodi da sciogliere e gli interrogativi: secondo molti, un avvicinamento sui servizi rischia di creare instabilità E serve un uomo che possa avere il placet di tutte le fazioni, visto che nella conferenza siciliana, patrocinata dal governo italiano e con il sostegno degli Stati Uniti, parteciperanno tutte le parti del conflitto libico. 

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