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“Paesi vicini, alleati e amici: condividiamo la stessa ambizione per un’Europa della difesa forte e operativa”. È con queste parole che il ministro della Difesa francese, Florence Parly, ha commentato l’incontro avvenuto col suo omologo italiano Lorenzo Guerini a Parigi. Un vertice importante, perché Italia e Francia sono alleate in Europa e nella Nato ma sono anche Paesi le cui agende vanno lette in una doppia chiave: di sinergia ma anche di competizione. Ed è una doppia lettura che aiuta a comprendere tanti elementi che caratterizzano la politica estera italiana e francese, con alcune mosse in Europa e Africa che vanno spesso comprese soltanto alla luce di questo strano rapporto tra Roma e Parigi.

I due Paesi hanno spesso mostrato di sapere coordinarsi nella gestione di alcuni dossier sia strategici che industriali. Si pensi per esempio al programma Fremm, che ha dato a entrambi gli Stati un progetto di navi moderno, affidabile e particolarmente ambito da tutti i partner internazionali. Ma è altrettanto evidente che in diversi fronti il rapporto tra Italia e Francia è quello di una necessaria e a volte difficile convivenza in cui, inutile negarlo, Parigi ha cercato più volte di prendere il sopravvento sulla strategia di Roma. Il caso Libia, in questo senso, è emblematico. Non solo i “cugini” hanno scatenato una guerra che ha azzerato un rapporto tra Roma e Tripoli praticamente inarrivabile per qualsiasi partner europeo, ma, subito dopo la caduta di Muhammar Gheddafi, gli stessi transalpini hanno scelto di sostenere formalmente il governo riconosciuto (lo stesso che aveva il pieno appoggio italiano) supportando allo stesso tempo la Cirenaica di Khalifa Haftar. Un generale che aveva mostrato di avere ben poca voglia di tutelare gli interessi italiani in Libia. Ora la Francia ha di nuovo rivolto il suo sguardo verso l’impegno delle Nazioni Unite in favore di un governo unitario: ma è del tutto evidente che all’Eliseo pesa eccome il fatto di non essere riusciti a inserirsi nel conflitto per ottenere posizioni di vantaggio. E ora sfrutta anche la politica estera italiana per provare a raggiungere uno scopo che è stato cancellato dall’intervento turco e dal mancato appoggio americano a Bengasi per l’avvento dei russi.

Stesso problema si è avuto nei rapporto con l’Egitto, che è legato all’Italia da fondamentali rapporti economici e strategici. Rapporti che non piacciono certamente alla Francia, che da tempo si muove per inserirsi pesantemente nel tessuto militare ed energetico egiziano per escludere anche le controparti italiane. Gli incubi dell’industria francese al Cairo sono soprattutto due: Fincantieri e Eni. Dalla vendita delle fregate alla Marina egiziana (preferite ai modelli francesi dello stesso programma) fino ai contratti del gas successivi alla scoperta di Zohr, l’Italia non ha certo fatto favori alla Francia, che si è visto scippare affari colossali in un paese considerato molto vicino.

Sempre in Africa, non va dimenticato poi un altro problema: il Sahel. Parly ha ricordato con con Guerini ha discusso di task force Takuba, la missione a guida francese a cui parteciperà un contingente italiano. Ma non va dimenticato che i francesi vogliono ora una presenza italiana che per anni hanno rifiutato o ostacolato. La missione italiana in Niger, ad esempio, ha subito molti ritardi proprio a causa dell’evidente contrarietà francese ad avere l’Italia nel mezzo di un territorio considerato sotto controllo di Parigi. E lo stesso dicasi per le missioni diplomatiche nelle varie nazioni del Sahel, in cui l’Italia ha giocato soprattutto per evitare che la Francia prendesse il sopravvento e negasse al nostro paese una certa area di manovra. Ora che la Francia è in difficoltà nel controllo del territorio (Barkhane continua a versare sangue francese senza ottenere risultati soddisfacenti), l’Eliseo chiede l’intervento degli altri Stati europei, a partire dall’Italia. Ma è una scelta di ripiego in una regione dove Parigi ha sempre voluto giocare da sola. E ora gli italiani partiranno ma sotto la guida della Francia.

Uno schema che non è nuovo. I francesi hanno sempre avuto il mai celato desiderio di guidare la Difesa europea (o perché no, anche la stessa Europa) dividendo però gli impegni e le spese. E infatti puntano sulla Difesa europea, su forze rapide d’azione e su investimenti nell’industria nazionale ma solo se a guidare questi programmi vi sia proprio il governo francese. Una difesa europea ma modellata su Parigi e a guida francese. E con l’Italia spesso considerata come partner di comodo che ha il “dovere”, secondo Oltralpe, di non alzare mai la testa. Scelta che a Roma spesso risulta anche facile, ma pericolosamente controproducente se poi non c’è una vera solidarietà.

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