Libia, riapre il porto di Bengasi Uno “spot” per il generale Haftar

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In Libia, oltre che alla guerra sul campo ed oltre ad un contesto diplomatico molto attivo tra le varie parti in causa, si accende anche un’altra battaglia; si tratta della rincorsa alle infrastrutture: porti da recuperare, industrie petrolifere da riattivare, strade ed arterie da rimettere in sicurezza, nell’ex colonia italiana ogni elemento recuperato alla normale attività ed alla consueta fruizione oltre ad essere un nuovo vantaggio strategico verso le rispettive controparti interne al mosaico libico, rappresenta anche un momento di vanto e propaganda importante, al fine di accreditarsi sia verso le tribù che verso gli attori internazionali come univi e veri rappresentanti del paese. E’ il caso, ad esempio, del ‘recupero lampo’ del porto di Bengasi: seconda città della Libia, spesso in contrapposizione a Tripoli in quanto capoluogo di una Cirenaica periferica rispetto al potere centrale tripolitano, a poco più di due mesi dalla liberazione ad opera dell’esercito di Haftar che ha allontanato le ultime sacche islamiste adesso Bengasi vedrà il proprio porto riattivato.

La funzione strategica del porto principale della Cirenaica

Così come si legge su Lybia Herald, a partire dal prossimo primo ottobre il porto di Bengasi tornerà nuovamente fruibile e funzionale; è proprio nei quartieri vicini la struttura portuale che si è combattuto aspramente in questi anni, specie dopo l’avvio nel 2014 dell’operazione denominata ‘Dignità’ da parte delle truppe di Haftar, con le quali sono stati cacciati i gruppi islamisti che avevano preso il controllo del territorio subito dopo la fine dell’era di Gheddafi. Ma subito dopo il 6 luglio, giorno in cui il governo di Tobruck ha annunciato la liberazione di Bengasi, tecnici ed operai si sono messi a lavoro per riparare i vari danni e far tornare nuovamente attivo il porto; per la città, il tutto ha il valore di una grande boccata d’ossigeno: anche se non sarà subito a pieno regime, la struttura permetterà il ritorno al lavoro di diversi dipendenti, oltre a ridare al capoluogo cirenaico quella funzione commerciale e politica appannata dopo il 2011 per via degli scontri e del conflitto imperversato tra le vie cittadine.



Ma non solo: per l’intera Cirenaica riaprire il porto di Bengasi vuol dire potersi nuovamente permettere un livello di estrazione e quindi esportazione petrolifera medio alto, anche se non da subito uguale ai livelli pre bellici; da Ras Lanuf o da altre zone interne della regione, si potrà nuovamente fare affidamento al porto di Bengasi riparato e messo in sicurezza per far partire tir, camion e petroliere alla volta dell’Italia e del resto d’Europa. Per il generale Haftar, il cui governo di riferimento ha ancora sede a Tobruck ma che de facto controlla quasi per l’intero la Cirenaica (oltre che parti del Fezzan e del governatorato di Sebah), la riapertura del porto di Bengasi è anche un vantaggio strategico rispetto ai rivali e, in primis, rispetto a quelle milizie di Misurata che rappresentano il blocco più duro del variegato mosaico che compone la ‘Terza Forza’, ossia il braccio armato a sostegno di Al Serraj e quindi del governo voluto dall’ONU; per il generale che aspira a rappresentare l’intera Libia, il porto di Bengasi rappresenta il nuovo avamposto strategico per il suo esercito e, di riflesso, per i suoi alleati militari e politici.

La riapertura del porto come arma di propaganda

Ma il vantaggio non è soltanto commisurabile a livello meramente politico o militare: poter mostrare immagini in cui viene festeggiata un’opera strategica recuperata e nuovamente fruibile, è indubbiamente materiale di propaganda da poter esibire tanto ai libici quanto all’estero; in particolare, Bengasi potrà vantare di essere arrivata in tal senso prima di Tripoli, il cui porto è fruibile ma dove la situazione sul fronte della sicurezza risulta essere ancora precaria e dove quindi appare molto lontano un ritorno alla normalità. Per Haftar il tutto si traduce nella possibilità di accreditarsi quale unico vero rappresentante del governo del paese in quanto è al momento l’unico capace di mettere in sicurezza una città come Bengasi e, soprattutto, l’unico attore la cui autorità si estende in una Libia in cui si inizia a parlare già di ricostruzione e non solo di battaglie e lotta al terrorismo.

Il porto del secondo centro libico, potrebbe essere quindi una vera e propria cartina di tornasole capace di incidere su due fronti: da un lato infatti, in Libia il ritorno alla normalità a Bengasi darebbe all’intera opinione pubblica l’idea che soltanto il governo di Tobruck, oltre a garantire la sicurezza e la riconquista dei territori, può anche essere capace di amministrare il territorio e di far ripartire quindi la ricostruzione e l’economia di un paese devastato dopo la cacciata di Gheddafi; dall’altro, Haftar si potrebbe porre come unico interlocutore affidabile e capace di far sentire gli effetti delle sue azioni in un vasto territorio da lui controllato, a differenza di un Al Serraj che, al contrario, è costretto a rivolgersi alle milizie di Misurata per la sua sicurezza ed a governare Tripoli da un ufficio posto su una nave presente nel porto della capitale.

A Bengasi l’embrione della nuova Libia?

L’impressione è che, a prescindere anche dalla questione relativa al porto di Bengasi, la Cirenaica potrebbe apparire sempre di più come una sorta di vera anticipazione di quelli che potrebbero essere gli assetti libici in vista di un ritorno, al momento comunque lontano, all’unità nazionale; la riapertura di infrastrutture strategiche ed il ritorno a livelli di estrazione petrolifera vicini a quelli pre 2011, sembrano voler indicare in qualche modo come la Libia di un prossimo futuro passa dal presente e dall’attualità della Cirenaica e del suo capoluogo. Non è un caso che, lo scorso 5 settembre, l’incontro tra il nostro Ministro degli interni ed Haftar sia avvenuto proprio a Bengasi e non a Tobruk; il summit, rimasto riservato fino alla sua conclusione, ha avuto luogo nella città cirenaica utilizzata dal generale libico, per la prima volta, come sede di incontri istituzionali.

Del resto, proprio il nostro governo è tra i sostenitori della linea secondo cui, per contrastare i più negativi fenomeni che avvengono in una Libia destabilizzata, a partire dalla questione immigrazione, nell’ex colonia italiana la situazione deve in qualche modo tornare alla normalità: non solo più sicurezza e più controlli, ma anche ripresa delle attività industriali e di quelle estrattive, capaci di rimettere in sesto anche l’economia del paese africano che, è bene ricordarlo, era la seconda dell’intero continente africano prima del 2011. In tal senso, l’apertura del porto di Bengasi non può che rappresentare proprio uno spot ed una pubblicità importante per Haftar: è nella sua Libia che si cerca il ripristino della normalità, mentre da altre parti si combatte ancora per avere maggiore sicurezza.