Ancora una conferma seguita, poco dopo, da una smentita. Il tempo nella Libia del grande caos che non accenna a finire, è scandito anche da botta e risposta dove, alle certezze annunciate da determinati soggetti, corrispondono secche smentite che sembrano far repentinamente tornare indietro le lancette dell’orologio. Capita così anche per l’ultima vicenda inerente il referendum costituzionale. I libici dovrebbero esprimersi, dopo la conferenza di gennaio e prima delle tanto decantate elezioni, su un testo costituzionale presentato al culmine del lavoro di una commissione formata da sessanta esponenti delle varie etnie e tribù. Un testo che costituirebbe una base, in poche parole, per poter procedere ad elezioni e quindi far incamminare la Libia verso il processo di stabilizzazione. 

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“Si voterà a febbraio” 

Il 6 dicembre, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Tripoli, il presidente dell’alta commissione elettorale, Imad al-Sayeh, stabilisce per febbraio il mese utile a far tornare i libici alle urne per far esprimere il parere sulla costituzione. Sembra un passo avanti, per di più che Al Sayeh rappresenta per l’appunto uno degli enti, quale la commissione, più impegnati nel processo referendario e nella stabilizzazione della Libia. Come riporta Libya Observer, secondo Al Sayeh ci sarebbero tutti i margini per poter iniziare a metà gennaio il processo di iscrizione dei cittadini in appositi collegi elettorali. Completato questo lavoro, che richiederebbe almeno due settimane, si potrebbe quindi passare ad una consultazione con la camera di Tobruk per fissare una data per il referendum costituzionale. Possibile, sempre secondo Al Sayeh, ipotizzare già da adesso un giorno dell’ultima settimana di febbraio. 

La commissione dunque si ritiene tecnicamente pronta a procedere per mettere in moto la macchina organizzativa e farlo, soprattutto, nei tempi auspicati dall’alto rappresentante dell’Onu per il dossier libico, Ghassan Salamé. Il referendum infatti è parte importante del piano elaborato dalle Nazioni Unite e condiviso anche dall’Italia, di cui si è discusso sia a Palermo in occasione del vertice che a Roma nell’incontro tra Conte ed Haftar. La consultazione sul testo costituzionale, secondo l’Onu, dovrebbe avvenire dopo la conferenza nazionale prevista in Libia per il mese di gennaio. Dunque le parole di Al Sayeh sembrano dare manforte circa le concrete possibilità di avanzamento del piano di stabilizzazione del paese. 

La smentita del consiglio di Stato

Ma tutto questo cozza con le dichiarazioni, giunte da Tripoli poche ore dopo, dei rappresentanti dell’alto consiglio di Stato. Si tratta di una parte degli esponenti del vecchio parlamento eletto nel 2012 e che, nel 2016, ha concesso dopo alcuni tentennamenti la fiducia al governo di Al Sarraj. “Rimaniamo stupiti dall’annuncio della Commissione elettorale di aver accettato la legge referendaria costituzionale – si legge in una nota diramata dal consiglio di Stato – Il testo è ancora impugnabile considerato che non è stato rispettato l’articolo 12 dell’accordo politico che prevede un accordo tra il parlamento e il Consiglio di Stato”. Il riferimento è alla propedeutica approvazione da parte del parlamento di Tobruk della legge referendaria, argomento su cui nei giorni scorsi è sorto un giallo. Il 27 novembre un portavoce di Aguila Saleh, il presidente del parlamento, annuncia l’approvazione ma pochi giorni dopo alcuni deputati lo smentiscono. Non si sarebbe raggiunto il quorum, con molti deputati non presenti al momento della votazione. Senza l’approvazione da parte di Tobruk non si può procedere.

Al Sayeh ha affermato invece che la legge oramai c’è, anche se ha ammesso di aver visto uno scarso sostegno politico al referendum. Tale norma, se riconosciuta realmente approvata, prevederebbe la suddivisione della Libia in tre collegi elettorali corrispondenti alle tre storiche regioni che la compongono: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Per essere approvato, il referendum deve registrare un consenso alla nuova costituzione del 50%+1 dei votanti su base nazionale e del 50%+1 degli elettori in almeno due dei tre nuovi collegi elettorali. La legge inoltre, prevede una riforma del consiglio presidenziale che scenderebbe da nove a tre membri. Ovviamente il nodo sta nel riconoscimento o meno dell’approvazione: l’alto consiglio di Stato ha già dato il suo via libera formale alla legge, il parlamento di Tobruk invece, come detto, lo ha votato il 27 novembre scorso ma al momento non tutti concordano sulla validità di quella seduta. 

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Ma al di là del nodo politico e dell’accordo tra alto consiglio di Stato e parlamento con sede in Cirenaica, le perplessità sul referendum sono anche di altro genere. Lo stesso presidente della commissione elettorale non ne ha fatto mistero. In primis, è da comprendere il livello di sicurezza che nei prossimi mesi si raggiungerà in Libia. Senza sicurezza le elezioni non si potranno tenere. In secondo luogo, resta da affrontare la questione economica: Al Sayeh ha già chiesto al governo di Al Sarraj di stanziare 40 milioni di Dinari per far partire la macchina organizzativa, che però al momento non sono stati erogati. Dubbi dunque ancora da scogliere, con le certezze sulla data referendaria che restano quindi ben lontane dal divenire realtà. 

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