Mancano pochi giorni alla conferenza di Palermo sulla Libia. E fervono i preparativi per un vertice che dovrebbe rappresentare il culmine della strategia italiana nel Paese nordafricano. L’hanno chiamata “pax italica”, perché l’obiettivo è quello di portare introno allo stesso tavolo i leader libici e costruire una prima piattaforma di accordi che riesca a stabilizzare un Paese dilaniato dalla guerra. Difficile, quando si parla di Libia. Tutti vogliono una Libia stabile. Il problema è che tutti vogliono la Libia anche sotto il proprio controllo. Ed è per questo che le difficoltà non sono poche. E sull’incontro di Palermo iniziano a esserci pi primi punti interrogativi e i primi grandi dubbi. Innanzitutto per via delle defezioni.

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Non è un mistero che questo vertice internazionale doveva essere il grande palcoscenico in cui il governo di Giuseppe Conte si presentava come esecutivo che avrebbe guidato la transizione libica. Ma per farlo ,serviva innanzitutto una platea adeguata, che per ora latita. Per carità, nomi di altissimo profilo: ma mancano quelli altisonanti, quelli che rendono a tutti evidente che siamo di fronte a una conferenza che ha un peso molto rilevante. Mancheranno Donald Trump e Vladimir Putin, che sono considerati un po’ i “padrini” di questa conferenza.Mancheranno Angela Merkel ed Emmanuel Macron che, come leader delle altre due potenze dell’Unione europea, avrebbero rappresentato i partner del Vecchio Continente. E per il resto, si attende ancora l’ok definitivo di Abdel Fattah Al Sisi e di altri leader.

La conferenza avrà comunque personalità di spicco, soprattutto tecnici. Ma manca il personaggio internazionale in grado di dimostrare la centralità de meeting. Gli Stati Uniti non invieranno, come annunciato, Mike Pompeo. Al suo posto, David Hale, inviato Usa per il Medio Oriente ed ex ambasciatore in Pakistan e Libano. Dall’altro lato della barricata, la Russia ha deciso di non mandare più nemmeno Dmitri Medvedev, ma di inviare Mikhail Bogdanov, vice ministro degli Esteri e inviato speciale in Medio Oriente del presidente Putin. Due persone di peso, ma non quelli che si aspettava il governo Conte dopo aver incassato la cabina di regia congiunta dal Washington sul Mediterraneo allargato e dopo aver ottenuto il placet di Mosca per quanto riguarda la Libia. Angela Merkel, dal canto suo, invierà direttamente un sottosegretario.

Insomma, ci si aspettava qualcosa di più, questo è evidente. Per assurdo, chi ha inviato una persona di spicco è proprio l’acerrimo nemico, la Francia, che a Palermo ha deciso di inviare direttamente il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian. Un segnale utile per capire anche l’interesse reale per quanto riguarda la partita libica. In un convegno dove saranno presenti i maggiori leader libici, Macron ha puntato comunque sul suo cavallo vincente, Le Drian, che con i libici ha parecchi contatti. L’occasione di incontrare faccia a faccia tutti i protagonisti della guerra in Libia è utile anche per avere modo di tessere la trama diplomatica, perché no, tramare direttamente contro la strategia italiana.

A Roma la preoccupazione c’è. Il rischio di fallire è altissimo. E l’ultima indiscrezione data da La Stampa è particolarmente utile per comprendere quanto si è stati vicini dal flop. Nelle ultime ore, sembra che il generale Khalifa Haftar ci stesse ripensando. Il leader della Cirenaica, faticosamente coinvolto nella conferenza siciliana grazie soprattutto al lavoro di Russia e Stati Uniti, “non voleva sedersi allo stesso tavolo con il neo ministro dell’Interno del governo di accordo nazionale Bishaga, rappresentante di Misurata ma non di quella componente ‘moderata’ con cui Haftar sta dialogando attraverso l’Egitto bensì dell’invisa Fratellanza Musulmana”.

Così, l’Italia si è dovuta muovere inviando a Mosca il capo dell’Intelligence esterna, Alberto Manenti, che, nella capitale russa ha incontrato il generale Haftar. Pericolo scongiurato quindi: Haftar ci sarà. Ma il fatto che volesse desistere ha messo tutti in allarme. I rischi di qualche defezione dell’ultimo minuto sono all’ordine del giorno. E in queste ore non stanno arrivando troppi segnali positivi da parte delle potenze interessate alla Libia né dagli stesso attori del Paese nordafricano.

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L’Italia, va detto, ce la sta mettendo tutta. L’impegno del governo è totale, e Roma ha messo in campo tutte le sue migliori armi diplomatiche. Anche aver ricevuto il sostegno di molti governi nordafricani è particolarmente importante. E a questo proposito, va sottolineata la folta presenza di delegazioni africane, dal Sahel al Mediterraneo. Segno che comunque c’è stata una forte convergenza con Stati magari non potenti, ma utilissimi nel complesso scacchiere libico.

Ma l’impressione è che in Libia si giochi una partita complessa non solo per le potenze coinvolte, ma anche per la difficoltà di ricevere rassicurazioni da parte degli stessi libici. I leader presenti a Palermo sembrano interessati più a capire come spartirsi il potere che a cercare una soluzione. E questa difficoltà di intercettare un consenso unanime, è ovviamente alimentata da chi, dall’esterno, non vuole rimanere escluso dal tavolo. E non c’è solo la Francia a remare contro. Per questo motivo la Farnesina ha serrato le fila: ora è il momento di non fare errori. Manca poco.