Non solo la visita di Al Sisi a Washington, non solo la chiamata di Conte nei giorni scorsi: se Trump decide di far tornare gli Usa nuovamente protagonisti in Libia, occorre valutare anche il cosiddetto “fattore cinese“. Nell’intricato intreccio di relazioni internazionali convergenti lungo il fronte a 25 km da Tripoli, anche il duello tra Usa e Cina ha la sua parte non indifferente.

L’adesione di Al Sarraj al progetto della “Nuova via della Seta”

Per valutare se davvero, circa la posizione Usa sulla Libia, c’entri qualcosa anche Pechino è bene comprendere quelli che sono i rapporti tra il paese africano ed il gigante asiatico. La Libia di Gheddafi appare molto vicina alla Cina: si calcola che prima del conflitto del 2011 nel paese lavorano 36.000 cinesi, in gran parte impegnati nell’estrazione di petrolio. Il greggio libico è importante per un’economia, quale quella cinese, che ha da sempre un disperato bisogno di materie prime. Con la caduta di Gheddafi, Pechino appare defilarsi ed investe su altri paesi vicini: Sud Sudan in primis, ma anche il confinante Mali. Sono questi gli anni in cui la Cina intensifica la sua strategia nel continente nero: infrastrutture ed investimenti, in cambio di materie prime e possibilità di esportazione dei propri prodotti.

Da quando a Tripoli Al Sarraj è al potere, anche se quest’ultimo termine appare poco appropriato per l’attuale premier libico, Pechino sembra avvicinarsi nuovamente alla Libia. I due paesi, in particolare, tornano ad avere ottimi rapporti diplomatici, si instaurano dirette relazioni tra i due governi. Ma la svolta è tutto sommato recente e raggiunge il suo apice nello scorso mese di luglio, quando Al Sarraj firma l’intesa per l’adesione della Libia alla “Belt and Road Iniziative”, più comunemente nota come “Nuova Via della Seta”. La Cina si impegna a ricostruire alcune infrastrutture distrutte dalla guerra, in cambio la Libia torna ad essere potenziale fornitrice importante di greggio, oltre che ad avere la funzione di vera e propria porta d’Africa per le merci cinesi.

Trump vuole isolare la Cina in Libia?

Un rapporto, quello tra Pechino ed il governo di Al Sarraj, che appare molto stretto: forse solo Qatar e Turchia sembrano così vicini politicamente all’attuale premier libico, la stessa Italia potrebbe anch’essa risultare infastidita da un rapporto che potenzialmente porterebbe la Cina a conquistare sempre più terreno in Libia (a scapito anche del nostro paese). Nei giorni scorsi, come si è detto, Trump rompe gli indugi e dopo alcuni periodi di parziale disinteresse gli Usa ritornano protagonisti nel dossier libico. A sbrogliare la matassa è la telefonata che il presidente statunitense rivolge al generale Haftar: una mossa che in tanti vedono come una sorta di “giravolta” da parte di Washington, che dopo aver sostenuto Al Sarraj sembra puntare sull’uomo forte della Cirenaica.

In realtà gli Usa continuano a riconoscere l’attuale premier libico, ma al tempo stesso conferiscono ad Haftar il ruolo di principale oppositore al terrorismo in Libia. Un modo per vedere nel generale, nel medio periodo, l’uomo forte in grado di riunificare almeno militarmente il paese. Da Washington si starebbe lavorando, come già raccontato nei giorni scorsi, per imbastire un processo politico volto a dare legittimazione istituzionale ad Haftar, in cambio però di un cessate il fuoco o di un’attenuazione dei combattimenti che però al momento non si vede.

A prescindere da come si vuol interpretare la mossa di Trump, è chiaro che nei piani statunitensi Al Sarraj potrebbe resistere solo nell’immediato futuro. A medio termine, la palla dovrebbe passare definitivamente ad Haftar. E questo, per la Cina, sarebbe un vero problema: contratti ed accordi firmati con l’attuale governo di Tripoli rischiano di non essere validi. E Pechino in Africa potrebbe dunque perdere una porta ed una pedina importante per la sua strategia.