Un attacco a tenaglia: non si può definire in altro modo quello che la Francia ha messo in atto in Libia, con una doppia manovra che rischia però di avere solo una vittima (oltre ai libici): l’Italia. La notizia del ritrovamento dei missili francesi nella base di Gharian, avamposto delle truppe di Khalifa Haftar nell’assedio di Tripoli è solo l’ultimo tassello del mosaico. Non serviva certo questo ritrovamento, con l’inchiesta del New York Times e le dichiarazioni di ufficiali francesi, americani e libici, per ricordare al mondo che Parigi fosse coinvolta pienamente nel conflitto libico. Ma di certo la prova finale esiste.

E la domanda a questo punto non è più chi è l’alleato della Francia. Ma cosa vuole la Francia dalla Libia. E sicuramente la risposta è tutta avversa all’Italia, che si ritrova a questo punto due ordini di problemi: il rischio che i propri interessi strategici siano messi in pericolo (parliamo di gas, petrolio e intelligence), anche la possibilità che a poche miglia nautiche dal nostro Paese esploda una bomba migranti che rischierebbe di minacciare la sicurezza e la stabilità di tutta l’Italia. Perché ora i migranti stanno effettivamente diventando un’arma libica nei confronti dell’Italia. E quest’arma ha un potenziale regista molto più in alto dei governi locali libici: la Francia.

La questione è tutt’altro che da sottovalutare. Parigi ha in mano le chiavi delle grandi rotte migratorie che dall’Africa subsahariana giungono al Mediterraneo. Il Sahel è da sempre territorio di caccia dei governi francesi che, con migliaia di uomini delle diverse campagne militari tra Ciad, Niger, Mauritania e altri Stati, controlla di fatto non solo le risorse energetiche e minerarie di questa regione, ma anche il fiume di persone che vogliono arrivare in Europa. Controllare i migranti è, per i Paesi di frontiera europei, un’arma alla pari di chi pensa di controllare il flusso di petrolio o di gas. La politica italiana, così come quella greca e spagnola, si fonda in larga parte sul nodo della tutela dei confini. Ed è chiaro che avere il rubinetto del flusso possa essere fondamentale non solo per controllare i Paesi che sono percorsi da quella rotta, ma anche quelli di destinazione.

Questo è uno dei motivi per cui la Francia vuole controllare la Libia. Di certo non l’unico, sia chiaro. Perché controllo delle fazioni jihadiste, gas, petrolio, e monitoraggio dell’intero settore nordafricano sono elementi strategici-chiave per comprendere il perché l’Eliseo non mollerà mai il Paese, soprattutto se a cantare vittoria è un rivale strategico nel Mediterraneo come è l’Italia. Ma è del tutto evidente che se le truppe di Parigi e la sua intelligence sono presenti nei Paesi in cui vi sono risorse energetiche ma anche rotte che conducono migranti verso l’Europa, qualcosa vorrà dire. Non significa che la Francia controlla l’emigrazione africana verso l’Europa. Sarebbe del tutto impossibile credere che Parigi possa avere le chiavi di un problema atavico che non può certo essere addebitato a una sola nazione. Ma è chiaro che gli strateghi francesi abbiano il desiderio e soprattutto l’interesse di monitorare il tutto, cercando da un lato di evitare che queste rotte arrivino in Francia, ma facendo anche in modo che questo fiume di persone sia incanalato a scopo politico.

In tutto questo, l’Italia gioca una partita difficilissima. E non è un caso che da Roma siano arrivate parole di fuoco nei confronti del ritrovamento dei missili Javalin francesi nella base di Haftar. Da un punto di vista politico, si sa perfettamente che il governo giallo-verde ha ingaggiato una sfida durissima nei confronti dell’attuale inquilino dell’Eliseo, Emmnauel Macron. Ma questo ritrovamento indica in generale che a Parigi stanno portando avanti una politi ca del tutto contraria agli interessi italiani,, così come non convergenti con quelli della Nato e dell’Unione europea. E se la guerra adesso ha anche come obiettivo i migranti (il raid su Tajoura ne è un esempio così come le minacce del governo di Fayez al Sarraj), per Roma c’è un nuovo grande problema. Una bomba il cui innesco è proprio nelle mani di un rivale strategico: Macron.