La geopolitica della corsa allo spazio
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L’inverno è arrivato in Libia e insieme alla neve nell’antica Cirene ha portato una nuova, decisiva data per salire al potere nell’ex Jamahiriya di Muammar Gheddafi. Martedì 8 febbraio la Camera dei rappresentanti di Tobruk, il parlamento con sede nell’est del Paese, sceglierà infatti un nuovo primo ministro incaricato di formare l’ennesimo governo. Peccato che Tripoli sia ancora saldamente in mano al premier Abdulhamid Dbeibah, ricco imprenditore di Misurata a capo di una facoltosa famiglia di faccendieri, il quale non ha alcuna intenzione di cedere il passo. La posta in palio è alta: le maggiori riserve di petrolio dell’Africa; potenziali giacimenti di gas naturale sotto le acque del Mediterraneo centrale, dove Bp e Eni hanno già prenotato nuove esplorazioni; un gasdotto, il Greenstream, che fornisce un accesso diretto ai mercati di Italia e d’Europa; senza dimenticare il maxi-fondo Libya Investment Authority, ultimo lascito del tesoro di Gheddafi ancora bloccato dalle Nazioni Unite.

Faida intestina a Misurata

La lotta per guidare il prossimo governo della Libia è una faida tutta interna a Misurata, la città-Stato dell’ovest sede delle milizie più agguerrite del Paese. Misurata che nel 2016 sconfisse lo Stato islamico a Sirte con il sacrifico di 800 uomini, le bombe degli Stati Uniti e il supporto logistico (e non solo) dell’Italia. La stessa Misurata che oggi – con lo zampino della Turchia del presidente-sultano Recep Tayyip Erdoganvorrebbe cacciare i militari italiani della missione Miasit. Il principale sfidante del premier Dbeibah è l’ex ministro dell’Interno Fathi Bashagha, ex pilota d’aerei, imprenditore e politico con buone entrature non solo ad Ankara ma anche in Europa occidentale e soprattutto a Parigi. Come riporta l’Agenzia Nova, infatti, poco prima di essere sostituito Bashagha promise ai francesi di Airbus (concorrenti dell’italiana Leonardo) l’acquisto di almeno dieci elicotteri. Un altro contendente per il “trono” di Tripoli è l’ex vicepremier e membro del Consiglio presidenziale Ahmed Maiteeq. Nipote dell’ex presidente dell’Alto Consiglio di Stato Abdulrahman Shweili, politico e imprenditore, Maiteeq parla fluentemente italiano ed è l’artefice del controverso (ma efficace) accordo che ha sbloccato i pozzi di petrolio nel 2020.

L’erede di Gheddafi

Il jolly che potrebbe far saltare il banco è Saif al Islam Gheddafi, secondogenito del defunto leader libico ed ex candidato alle mai organizzate elezioni presidenziali libiche del 24 dicembre scorso. Redivivo dopo anni di misteriosa quanto emblematica assenza, condannato a morte, amnistiato e infine candidato alle presidenziali, i sondaggi lo davano favorito insieme a Dbeibah, ma su di lui pesa il mandato di cattura internazionale spiccato dalla Corte penale internazionale e il veto degli irriducibili di Misurata. Nessuno sa dove si trovi il figlio del rais: secondo alcuni gode della protezioni della Russia tra le dune del Sahara, ma sono solo voci. Recentemente, la “Spada dell’Islam” (questo significa il suo nome) ha annunciato una nuova iniziativa per risolvere l’impasse politica nel Paese: prima si vota per rinnovare il Parlamento e poi per il presidente. Ma bisogna farlo subito, altrimenti il rischio è quello di vedere due nuovi governi paralleli.

L’ombra del generale Haftar

Il grande architetto del tentativo di “spallata” contro Dbeibah è il presidente del parlamento di Tobruk Aguilah Saleh, vecchia volpe della politica libica sopravvissuto a ben cinque inviati delle Nazioni Unite su sette. Più defilato appare al momento il generale Khalifa Haftar. L’uomo forte della Cirenaica, noto in Italia per aver sequestrato i pescatori di Mazara del Vallo e umiliato l’ex premier italiano Giuseppe Conte, è tornato al comando del suo autoproclamato Esercito nazionale dopo tre mesi da candidato alle elezioni presidenziali (che non si sono tenute). Un rientro dal duplice scopo: da un lato aprire la strada alla carriera politica di Saddam (nomen omen?) Haftar, figlio prediletto del “feldmaresciallo”; dall’altro inviare un messaggio vagamente minaccioso all’ovest in vista del voto in aula dell’8 febbraio. Vale la pena ricordare che l’Esercito di Haftar aveva tentato – senza successo – di conquistare Tripoli nell’aprile del 2019: il golpe avrebbe dovuto durare tre giorni, ma si è tramutato in una lunga guerra a bassa intensità persa dopo l’intervento muscolare della Turchia. Haftar non ha mai riconosciuto Dbeibah come capo del governo e ha persino impedito all’aereo di atterrare a Bengasi, la seconda città della Libia.

Cosa farà Dbeibah?

La coalizione militare di Haftar, spalleggiata da sponsor stranieri come il gruppo russo Wagner, controlla buona parte dei pozzi e dei terminal di esportazione di petrolio. Ma a far girare i soldi è la Banca centrale libica: e il suo potente governatore, Al Saik al Kabir, è amico personale di Dbeibah. Il premier in carica gode inoltre dell’appoggio delle milizie di Tripoli e in particolare dell’Autorità di supporto alla stabilità, il “mostro a tre teste” creato nel gennaio 2021 dal premier dell’ex governo di accordo nazionale libico (Gna) Fayez Sarraj per proteggersi proprio dalle crescenti ambizioni di Bashagha. Forte anche del credito internazionale accumulato durante i mesi di governo, il premier uscente ha detto pubblicamente che non ha alcuna intenzione di dimettersi e che i tentativi di tagliarlo fuori sono destinati a fallire. A prescindere dall’esito di questo scontro, le elezioni in Libia restano una chimera, con buona pace dei milioni di libici stanchi dello strapotere di milizie e mercenari.

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