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La sabbia nella clessidra della Libia, ex alleato numero uno dell’Italia nel Mediterraneo, si sta esaurendo. Una nuova data potrebbe segnare una svolta o un punto di non ritorno nell’ex Jamahiriya del defunto colonello Mu’ammar Gheddafi. Il 22 giugno scade la road map delineata dal Foro di dialogo politico (Lpdf), l’organismo libico di 74 membri patrocinato dalle Nazioni Unite che ha nominato l’attuale premier Abdulhamid Dbeibah e i tre membri del Consiglio di presidenza, il presidente Mohamed Menfi (est) e i due vice Moussa Kuni (sud) e Abdullah al Lafi (ovest). Cosa succederà ora nel Paese membro del cartello petrolifero Opec? Ecco quattro scenari possibili.

Assolutamente nulla

La cosa più probabile è che non accada assolutamente nulla. Il 22 giugno è infatti una data politica delicata, ma ha scarsa valenza giuridica. L’attuale governo di unità nazionale (Gun) è rimasto in caricata nonostante un’altra scadenza ben più importante: quella delle elezioni che avrebbero dovuto tenersi nel 70esimo anniversario dell’indipendenza della Libia, il 24 dicembre 2021. La tabella di marcia approvata dall’Lpdf a Tunisi nell’ottobre del 2020 prevedeva elezioni entro 18 mesi, dunque entro giugno, ma allo stato attuale è improbabile che ciò accada. Nel Paese ci sono due governi, migliaia di combattenti stranieri, i mercenari del gruppo russo Wagner e un blocco del petrolio: andare al voto in queste condizioni è infattibile.

Il Golpe parlamentare

Uno scenario meno probabile, ma possibile, è che il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, dichiari decaduto il Consiglio presidenziale e il governo di unità nazionale e si autoproclami presidente della Repubblica e comandante supremo delle Forze armate “ad interim”. È un’eventualità che teme in particolare l’Alto Consiglio di Stato, il “Senato” libico con sede a Tripoli dominato dai Fratelli musulmani.

Anche questa opzione, tuttavia, presenta delle criticità. Tanto per cominciare il Parlamento libico con sede nell’est non ha mai ratificato l’accordo politico di Tunisi, pertanto le basi legali sono deboli. Saleh, vecchia volpe della politica libica, è stato sanzionato dall’Unione europea e, seppure questo non gli abbia impedito di recarsi in Italia e in Francia, difficilmente riceverebbe l’avallo della comunità internazionale qualora decidesse di auto-proclamarsi raìs con un golpe parlamentare.

Il Golpe militare

La terza ipotesi, la più catastrofica, è quella di un golpe militare in piena regola. Il primo ministro designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, Fathi Bashagha, ha già tentato per due volte di insediarsi a Tripoli, ma è stato sempre respinto dai gruppi armati fedeli al rivale Dbeibah. L’ultima volta, peraltro, un colpo di mortaio ha sfiorato l’ambasciata d’Italia a Tripoli e ferito in modo lieve un agente libico della polizia diplomatica.

Vale la pena ricordare che Dbeibah controlla ancora le entrate petrolifere tramite la potente Banca centrale, che ad oggi eroga gli stipendi anche agli ufficiali dell’esercito del generale Khalifa Haftar, il quale teoricamente sostiene (sempre meno) Bashagha. Secondo l’Agenzia Nova, anche l’ultimatum lanciato dal generale Osama al Juwaili, ex direttore del dipartimento di intelligence militare silurato perché considerato vicino a Bashagha, è scaduto senza cambiamenti significativi a Tripoli. L’impressione è che la parabola del premier nominato nell’est sia ormai in caduta libera e con scarse possibilità di ripresa.

Il terzo incomodo

L’ultima opzione, pericolosissima, è quella di un terzo primo ministro. Negli ambienti politici libici circolano già alcuni nomi: l’ex vicepremier Ahmed Maiteeq, politico di Misurata con buone entrature in Italia, parente dell’ex presidente dell’Alto Consiglio di Stato ed esponente di spicco della Fratellanza musulmana, Andulrahman Sewehli; l’imprenditore Mohamed El Muntasser, esponente di spicco di una delle famiglie più “nobili” di Misurata.

L’idea è quella di “fondere” i due governi rivali in un nuovo esecutivo formato ristretto, lasciando fuori i due premier. Il rischio è quello di arrivare, per accrescimento, ad avere contemporaneamente tre governi che si contendono il potere. Sarebbe un disastro, un paradosso, un vero peccato per un Paese che vanta le maggiori riserve di idrocarburi dell’intero continente africano e l’ennesima presa in giro per un popolo, quello libico, stanco di un infinito conto alla rovescia per date ormai prive di significato.

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