La crisi politica e militare di questi giorni ha palesato ciò che era sotto gli occhi di tutti coloro che erano disposti a vedere: la Libia  non esiste. Esistono centinaia di tribù e di signori della guerra pronti a combattersi per ottenere qualche vantaggio – soprattutto economico – in più. Esistono due leader – Khalifa HaftarFayez al Sarraj – che incarnano non solo i loro interessi, ma anche – e soprattutto – quelli degli Stati che li appoggiano. Il primo da Russia, Francia e Egitto, il secondo dalle Nazioni Unite e, in particolare, dall’Italia. La Libia unita, incarnata nel bene o nel male da Mu’ammar Gheddafi è sparita. Non c’è più. E questo è un problema. Come spiega Michela Mercuri, autrice di Incognita Libia: “La Libia è un Paese ingovernabile dal 2011, ovvero dalla morte del Raìs, perché le forze internazionali non sono state in grado di supportare il governo di transizione nel processo di disarmo delle milizie che mano a mano hanno preso il potere”.

Il caos libico in numeri

Basta guardare i numeri per rendersi conto di quanto la Libia rappresenti un vero e proprio rebus. Come ricorda l’Agi, sono presenti oltre trecento milizie sparse in tutto il Paese, “pesantemente armate, anche con i carri armati sottratti al disciolto esercito del ‘rais’, finanziate anche dall’esterno, alcune sono riconosciute e più vicine al Governo di accordo nazionale, altre sono appoggiate dall’esercito libico del generale Khalifa Haftar”. Il punto è che queste tribù, sia che appoggino Sarraj o Haftar, sono spesso in contrapposizione tra loro, sfidandosi per il controllo dei pozzi di petrolio

Questi gruppi armati appartengono alle tre maggiori tribù della Libia: i Firjān e i  Qadhadhfa che occupano la parte nord occidentale del Paese e, infine, i Warfalla che rappresentano la principale tribù della Tripolitania. Ma in totale, le tribù sono oltre 140. Una diversa dall’altra.

mappa libica 8 giugno 2018
Infografica di Alberto Bellotto

E tra tutte queste fazioni, negli ultimi anni se n’è aggiunta una, molto più pericolosa delle altre: lo Stato islamico. I miliziani dell’Isis hanno saputo sfruttare il vuoto di potere lasciato da Gheddafi per instaurare un vero e proprio regno del terrore. Del resto lo stesso Raìs, in un’intervista concessa a Fausto Biloslavo poco prima di morire, lo disse molto chiaramente: “Se al posto di un governo stabile, che garantisce sicurezza, prendono il controllo queste bande legate a Bin Laden gli africani si muoveranno in massa verso l’Europa. E il Mediterraneo diventerà un mare di caos”.

Sbagliò di poco. Al posto di Al Qaeda è arrivato l’Isis. Per il resto nulla da eccepire. Dal 2011 in poi l’Italia ha visto moltiplicarsi il numero di migranti pronti a raggiungere le nostre coste. Un problema che era stato risolto con il trattato di Bengasi del 2008 siglato da Mu’ammar Gheddafi e Silvio Berlusconi. In base a questo testo, l’Italia si impegnava a versare cinque miliardi di dollari come risarcimento dell’occupazione militare e, in cambio, Tripoli prometteva di bloccare i flussi dei migranti verso il nostro Paese. E così, in effetti, è stato. 

La Libia di Gheddafi

Tutto sommato, Mu’ammar Gheddafi è riuscito a tenere insieme le centinaia di fazioni presenti in Libia. Ma tutto è sempre girato attorno a lui, come ci spiega la dottoressa Mercuri: “Non esiste uno Stato perché per 42 anni il Paese è stato governato in un modo molto particolare dal Raìs. Aveva creato la Jamāhīriyya, ovvero il governo delle masse, che nascondeva l’assenza di ogni tipo di istituzione: la Libia non ha mai avuto un Parlamento, un governo o un referendum. Caduto Gheddafi è caduta questa impalcatura che riusciva a tenere insieme tutto”.

Insomma, la Libia esisteva solo perché tenuta insieme da Gheddafi. Quando nel 2011 la coalizione internazionale è intervenuta a sostegno del Raìs non ha pensato al domani: “Non avevano un piano politico, non sapevano come creare uno Stato, una Nazione con uno spirito unitario”, spiega la professoressa.

Il potere di Gheddafi girava tutto attorno al petrolio. Sapeva usarlo come strumento politico, capace di finanziare le tribù che gli erano fedeli. Ma ora che fare? Secondo la dottoressa Mercuri, più che una Libia divisa è ora necessario “un uomo forte, capace di gestire un’autorità centrale. È necessario che il Paese torni a istituzioni centralizzate forti, come la banca centrale. Ma attualmente non c’è ed è necessario un governo di coalizione”.

Insomma, non c’è Libia se non c’è un uomo forte. Ed è forse questa la lezione più importante – nel bene e nel male – del governo di Mu’ammar Gheddafi.