“Una nuova guerra del tutto priva di importanza strategica per gli Stati Uniti”. Così Barack Obama, nel suo ultimo libro Una terra promessa edito in Italia da Garzanti, definisce l’intervento militare avvallato dalla sua amministrazione contro la Libia di Gheddafi. Ma se c’è una cosa che sembra trasparire dal racconto dell’ex presidente e Nobel per la Pace, è la confusione e la scarsa lungimiranza con la quale Obama ha affrontato le cosiddette “Primavere arabe” sostenute dalla sua amministrazione e, in particolare, dall’ex Segretario di Stato Hillary Clinton. Nella sua ricostruzione, Obama scarica la colpa sugli alleati europei: “Ero irritato che Sarkozy e Cameron mi avessero messo alle strette, in parte per risolvere i loro problemi politici interni, ed ero sdegnato dall’ipocrisia della Lega araba”. E ancora: “Sapevo che Bill aveva ragione: fuori da Washington non c’era gran sostegno per quello che si chiedeva di fare all’America”.

Obama si pavoneggia: “In Libia? Un successo”

Se l’America non fosse intervenuta e non avesse assunto il comando dell’intervento internazionale contro il rais libico, racconta Barack Obama nel suo libro, “le truppe di Gheddafi avrebbero assediato Bengasi. Nel migliore dei casi, il conflitto si sarebbe prolungato e sarebbe sfociato in una guerra civile vera e propria. Nel peggiore, decine di migliaia di persone, o forse ancora di più, sarebbero morte di fame, avrebbero subito torture o sarebbero state giustiziate. E, in quel momento, almeno, ero l’unica persona al mondo che potesse evitarlo”. Obama insiste e si pavoneggia, spiegando che ” a marzo finì con una sola vittima americana in Libia e con un costo approssimativo di 550 milioni di dollari, non molto di più di quanto spendevamo ogni giorno per le operazioni militari in Iraq e in Afghanistan. Avevamo raggiunto il nostro obiettivo: salvare Bengasi e le città limitrofe e probabilmente decine di migliaia di vite”. Ma è davvero andata così?

Ma la realtà è un’altra

A conti fatti, è stato un vero fallimento: le condizioni umanitarie in Libia non sono affatto migliorate, non c’è stata alcuna transizione democratica – come si aspettava l’amministrazione Obama e la Libia è stata praticamente cancellata dalle cartine geografiche, divisa fra più fazioni contendenti a circa 10 anni di distanza. Senza contare che prima dell’intervento militare avvallato dall’amministrazione Obama, la Libia aveva il Pil pro capite e l’aspettativa di vita più alta di tutto il continente africano.

Inoltre, uno dei motivi principali che avrebbe spinto Obama a intervenire, almeno a parole, ovvero quello di salvare Bengasi da un possibile genocidio perpetuato dalle forze governative, non aveva riscontri nella realtà. Come hanno appurato e-mail interne di Hillary Clinton, in particolare come scriveva l’assistente dell’ex Segretario di Stato, Huma Abedin, in un’e-mail del 21 febbraio 2011 – cioè appena quattro giorni dopo lo scoppio delle proteste antigovernative in Libia – le forze di Gheddafi non controllavano già più Bengasi. In compenso, le fosse comuni sono state rinvenute negli anni successi. Nel 2017 Amnesty International scrisse che “un numero di fosse comuni sono state scoperte a Bengasi tra febbraio e ottobre [2017]. In almeno quattro occasioni, gruppi di corpi sono stati trovati in diverse parti della città con le mani legate dietro la schiena e in alcuni casi bendati con segni di tortura e uccisioni in stile esecuzione”. La verità è che Barack Obama sembrava brancolare nel buio: spinto dai “falchi” della sua amministrazione a sostenere Francia e Gran Bretagna, non aveva un piano di cosa fare nel dopo Gheddafi, incautamente convinto che i “ribelli di Bengasi” potessero rappresentare davvero un’alternativa e una carta spendibile verso una futura transizione democratica che non c’è mai stata. Nonostante sia stato sempre elogiato dalla stampa progressista, Obama si è rivelato per quello che è: un leader poco lungimirante e mediocre. E il suo racconto – parziale – non lo assolve.

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