Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Palermo è baciata da un gran sole dell’estate di San Martino mentre aspetta di sapere se il suo nome è destinato a rimanere incastonato nel processo di pace in Libia oppure se, al contrario, gli sforzi ed i disagi per la sicurezza delle prossime ore rischiano di risultare sproporzionati. Da Palermo, è la domanda di molti, uscirà qualcosa di concreto o sarà solo una rimpatriata di pochi leader e qualche funzionario in riva al Tirreno? Mancano poche ore per scoprirlo. Di certo c’è che, rispetto alle pretese ed agli annunci iniziali, il vertice siciliano sembra ridimensionato nelle proporzioni e nelle presenze. Forse da qui partirà solo il primo step di un percorso che l’Italia può comunque guidare o sovrintendere, dunque non tutto è perduto. 

Un programma ridimensionato

Difficile trovare una segreteria di redazione in Italia in cui non si sia verificato un sobbalzo sulla sedia quando è arrivato il programma ufficiale. Stringi stringi, i lavori del vertice alla fine sono concentrati in mezza mattinata di colloqui. Lunedì sera infatti è previsto alle 19:00 il ricevimento del presidente del consiglio Giuseppe Conte a Villa Igiea, dove il capo dell’esecutivo stringerà la mano ai capi delegazione. Subito dopo spazio alla cena di lavoro, dove però probabilmente non tutti saranno seduti a tavola vista “l’insofferenza” di alcuni leader libici nei confronti di altre delegazioni. Poi l’indomani spazio alle foto con tutti i partecipanti, prima dell’inizio ufficiale dei lavori previsto alle 11:00. Sempre da programma, leggendo testualmente quanto inviato da Palazzo Chigi, la fine della sessione dei lavori è fissata alle 13:00. Due ore dunque di colloqui e poco più. Difficile che l’evento possa essere dilatato alle ore pomeridiane, già alle 14:00 è fissata la conferenza stampa finale di Conte. 

Due giorni che in realtà si riducono a due ore di lavoro. Ed in queste due ore difficilmente le delegazioni libiche lavoreranno attorno ad uno stesso tavolo. Sempre più fonti di Palazzo Chigi e Farnesina confermano che il rischio di ulteriori divergenze tra gli attori libici principali è concreto. Dunque ognuno sarà ricevuto a parte, con il governo italiano e le delegazioni internazionali presenti che cercheranno di fare da mediatori. Poco spazio anche per i giornalisti: “Sembra previsto una sorta di recinto – scrive Luigi Bisignani su Il Tempo – senza neppure lo spazio per una sigaretta”. Proprio Bisignani riporta alcune lamentele che il questore di Palermo avrebbe rivolto a Roma, per via della mancanza di adeguate comunicazioni sui piani organizzativi relativi alla sicurezza degli ospiti: “Un cerimoniale che sta impazzendo”, racconta ancora Bisignani. Difficoltà dunque che non mancano, anche sotto un profilo politico.

I “capricci” di Haftar

A tenere banco alla vigilia del vertice di Palermo è la questione inerente Khalifa Haftar. Il generale libico è l’attore principale al momento dello scenario del suo paese. Controlla gran parte della Cirenaica, ha un esercito che può essere definito tale, così come cresce giorno dopo giorno il suo peso internazionale grazie ai contatti ramificati da anni con Russia, Egitto, Francia ma anche gli Emirati Arabi Uniti. Ma proprio Haftar è quello che più sta facendo tribolare la diplomazia italiana. Roma, come ben si sa, riconosce ufficialmente il governo di Al Serraj. Ma dopo gli scontri di Tripoli tra agosto e settembre e, soprattutto, dopo l’impennata delle relazioni tra Italia ed Egitto, il governo italiano ha provato a ricucire con Haftar. Lo stesso ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, è stato a Bengasi a settembre mentre, poche settimane fa, il sottosegretario Emanuela Del Re ha personalmente portato l’invito al generale. 

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Haftar sa che la sua presenza a Palermo è fondamentale per poter permettere all’Italia di dare anche un minimo di senso alla sua azione. Ed il generale sembra approfittarne. Alcune volte non ha indugiato a dire di sì, altre volte invece si è rintanato in silenzi lunghi intere giornate facendo presagire un ripensamento. Sembrava tutto sbloccato dopo la visita di Conte a Mosca, visto che dal Cremlino sono arrivate sollecitazioni ad Haftar affinchè non rendesse vano lo sforzo italiano. Ma anche in queste ore prima del vertice c’è chi parla di una possibile “buca” del generale all’Italia. Martedì sul Libyan Address Journal era apparsa la notizia del diniego di Haftar all’invito di Roma, smentito però dalla Farnesina. Nelle ultime ore sulla stampa libica appaiono invece smentite della ricostruzione, fatta dal quotidiano La Stampa, secondo cui Haftar sarebbe stato definitivamente convinto sulla sua presenza a Palermo da Alberto Manenti, capo uscente dell’Aise. Possibile un gioco al rialzo del generale, il quale sa che comunque né può escludere l’Italia se vuole avere chance di entrare anche a Tripoli, né tanto meno può permettersi il lusso di essere l’unico assente in vertici che hanno la Libia come principale tematica.

Nelle ultime ore si parla anche di una possibile visita lampo di Conte a Bengasi proprio per convincere Haftar. A riportare la notizia è lo stesso sito che ha parlato per primo della rinuncia del generale al vertice palermitano, ossia Al Marsad. Da Palazzo Chigi arrivano però le prime smentite. 

Il nodo della Fratellanza musulmana

I capricci di Haftar sono comunque anche specchio del nervosismo del suo principale sponsor internazionale, ossia il presidente egiziano Al Sisi. Come detto in precedenza, tra Il Cairo e Roma da qualche mese a questa parte i rapporti sono migliorati dopo il caso di Alessandro Regeni. Tra le attività dell’Eni, impegnata nel giacimento egiziano di Zohr, e tra i progetti di sviluppo tra i due paesi in ambito commerciale, Italia ed Egitto sembrano più vicini che mai. Dunque Al Sisi non vorrebbe certamente essere nel banco degli imputati nel caso di fallimento del vertice di Palermo. Il vero nodo riguarda la presenza in Sicilia anche di esponenti dei Fratelli Musulmani e dei loro principali alleati. Come si sa, Al Sisi è giunto al potere in Egitto proprio sfruttando la sua funzione di argine al movimento, che nel 2012 era salito al governo con il presidente Morsi. Da quando è capo di Stato, Al Sisi concentra molte delle sue energie e dei suoi sforzi per combattere non solo il terrorismo islamico ma anche i Fratelli Musulmani, adesso fuori legge nel suo paese. 

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In Libia la fratellanza musulmana è ben attiva ed anzi esprime alcuni dei principali componenti del governo di Al Serraj, a partire dal ministro degli interni Fathi Bishaga. La visita dello stesso Al Serraj ad Ankara nelle scorse ore, è indice di una certa vicinanza tra il governo di Tripoli ed i Fratelli Musulmani. La Turchia di Erdogan è infatti uno dei principali finanziatori del movimento islamico, assieme al Qatar. E proprio Turchia e Qatar saranno rappresentati a Palermo. Da qui l’irritazione di Al Sisi, che non vorrebbe sedere attorno lo stesso tavolo degli sponsor dei Fratelli Musulmani. Altre rogne dunque per la diplomazia italiana, che ben comprende la difficoltà dell’intricata matassa libica. Proprio le divisioni dovute al peso dei Fratelli Musulmani in Libia potrebbero rappresentare i principali cavilli in grado di ostacolare il processo di riconciliazione. Haftar infatti, dal canto suo, proprio come Al Sisi ha sempre promesso di combattere sia la galassia jihadista che la fratellanza musulmana. 

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