Molte incognite, numerosi sospetti ma, alla luce delle ultime evoluzioni, emerge anche un quadro dove seppur in maniera indiretta l’accordo tra Italia e Libia sui migranti ha avuto un ruolo non indifferente nella rottura degli equilibri nella città di Sabrata; è in questa località portuale, da cui negli anni passati è partita la grande maggioranza di barconi diretti in Italia, che per adesso si concentra gran parte dell’attenzione degli attori impegnati nel frastagliato scenario libico. Già da diversi giorni, precisamente dallo scorso 17 settembre, si assiste ad un’intensa fase di scontri tra alcune fazioni che si contendono il controllo della città, adesso la situazione sembra farsi ancora più incandescente dopo la cacciata della milizia degli Anas al Dabbashi, la stessa cioè che dopo aver gestito la tratta di migranti verso il nostro paese, ha accettato di combatterla determinando il calo degli sbarchi in Italia; sembra essere stato proprio l’accordo tra Roma e Tripoli ad aver scoperchiato, a Sabrata, il vaso di Pandora ed adesso la situazione, sul fronte del contrasto all’immigrazione, appare più che mai incerta.

Il ruolo dell’accordo tra Italia e Libia nei combattimenti scoppiati a Sabrata

Il governo italiano, a fronte dei numeri che fino al mese di luglio hanno ben testimoniato un livello importante raggiunto dall’emergenza immigrazione, ha dialogato con quello libico in modo da giungere ad una soluzione del problema; Roma ha trattato con Al Serraj, ossia con il capo dell’esecutivo voluto dall’Onu ed ufficialmente unico rappresentante del paese, anche se la sua capacità di controllo del territorio non riesce ad essere efficace nemmeno poco al di fuori delle sedi governative ed è contrapposto al generale Haftar, il quale invece controlla gran parte della Cirenaica ed è braccio militare del governo con sede a Tobruck. L’accordo Italia – Libia ha comunque previsto un impegno da parte di Al Serray per fermare le partenze dalla costa della Tripolitania, in cambio Roma ha assicurato soldi ed addestramento per rimettere in sesto la guardia costiera libica, per lo più milizie od ex appartenenti di ciò che era rimasto delle forze di sicurezza durante il governo di Gheddafi.

Ed è proprio qui che, in gran parte, ruota il problema che ha poi contribuito all’escalation di violenza a Sabrata: non avendo per l’appunto un vero e proprio esercito su cui contare e delle forze in grado di controllare il territorio, Al Serray per mantenere fede al suo impegno preso con Roma non ha potuto fare altro che servirsi delle milizie che gestiscono il flusso di migranti nella città portuale prima menzionata. Secondo alcuni reportage della Reuters e dell’Associated Press, il governo italiano sarebbe stato perfettamente a conoscenza del fatto che Tripoli avrebbe girato le somme erogate da Roma, circa cinque milioni di Euro, direttamente alle milizie di Sabrata e quindi alle stesse che negli anni hanno gestito la tratta di esseri umani; anzi, nei reportage si fa riferimento a presunti diretti contatti tra il nostro governo e le tribù locali, circostanza però smentita dalla Farnesina pochi giorni dopo la pubblicazione dei servizi.

Pur tuttavia, molti quotidiani libici ed in primo luogo il ‘The Libya Observer’, hanno confermato tramite diverse fonti appartenenti a diversi schieramenti in lotta a Sabrata che l’esecutivo di Al Serray ha finanziato le milizie di Sabrata dando loro anche potere e riconoscimento politico; in particolare, ad essere chiamati in causa sono stati proprio i miliziani degli Anas al Dabbashi i quali hanno visto nella fine della gestione delle tratte migratorie e nel loro contrasto un’occasione maggiore per acquisire soldi e legittimità politica da parte delle autorità di Tripoli. Questa circostanza ha irritato i rivali degli Anas al Dabbashi, in primis i miliziani degli Elgul, altra tribù locale, ma soprattutto i soldati della cosiddetta ‘cabina di regia anti ISIS’, formata nella primavera del 2016 da ex soldati ed altri combattenti per contrastare il califfato che in quei mesi stava mettendo profonde radici anche a Sabrata, non senza l’aiuto degli stessi Al Dabbashi.

Antiche rivalità, ma anche contrapposti interessi nella gestione degli affari locali della città costiera che, nel corso degli ultimi anni, hanno dato luogo ad un equilibrio molto precario nella gestione del potere di questo territorio dopo la caduta di Gheddafi;  in un tale contesto, sono stati gli Al Dabbashi a cercare di sfruttare maggiormente il vuoto di potere, garantendosi una presa sul territorio ed un importante prestigio economico grazie allo sfruttamento della gestione della tratta dei migranti e grazie anche alla formazione della cosiddetta ‘Brigata 48’, gruppo paramilitare sorto per difendere il compound energetico di  Mellitah, tra i più importanti di tutta la Libia, lì dove i miliziani sono riusciti ad inserire propri combattenti. Quando Tripoli ha quindi erogato soldi e mezzi solo agli Al Dabbashi, i quali da gestori del flusso migratorio si sono trasformati improvvisamente in forza di contrasto alle nuove partenze, il fragile e precario equilibrio si è definitivamente rotto: le altre milizie non hanno accettato di rimanere fuori dall’accordo e di non avere alcun ruolo politico nella lotta all’immigrazione.

Gli scenari futuri per Sabrata e per il contrasto alle nuove partenze verso l’Italia

Come detto ad inizio articolo, gli Anas Al Dabbashi sono usciti sconfitti dal contrasto interno alla città portuale; gli scontri iniziati il 17 settembre, a cui aveva corrisposto anche un nuovo aumento del flusso migratorio verso il nostro paese, hanno portato alla cacciata dei miliziani di questa tribù da Sabrata e questo ovviamente non può che porre numerosi interrogativi circa gli scenari futuri sia sul controllo del territorio che sulla lotta all’immigrazione. A prendere il potere in città sono stati gli uomini della cabina di regia anti ISIS, non esente da contaminazioni salafite come dimostra la presenza del gruppo di militanti Wadi Brigade al suo interno; nata non solo per cacciare il califfato ma anche per ridare forza al controllo di Al Serraj su Sabrata, adesso questa coalizione sembra invece aver virato a favore di Haftar. Molti media locali posizionano per l’appunto la cabina di regia al fianco del governo di Tobruck e viene data per imminente una loro offensiva per estendere il controllo anche in località vicine, a partire da Zuara.

Impossibile adesso prevedere cosa accadrà nelle prossime settimane, specie sul fronte del controllo degli sbarchi da Sabrata; i nuovi ‘padroni’ della città potrebbe approfittare di questa situazione per ricevere legittimità politica ed una buona fetta dei soldi sganciati da Tripoli grazie al pattugliamento delle coste, così come al contrario potrebbero chiudere un occhio sulle nuove partenze dei barconi per sabotare l’accordo tra il governo italiano e quello di Al Serraj. Il puzzle della Libia di oggi rende incredibilmente precaria qualsiasi alleanza e, di conseguenza, qualsiasi previsione futura; se per davvero il nuovo gruppo subentrato a Sabrata è vicino ad Haftar, l’incontro tra il generale ed i rappresentanti del nostro governo tenuto a Roma lo scorso 27 settembre potrebbe aver avuto come primo punto all’ordine del giorno proprio il pattugliamento delle spiagge della città. Ma, per l’appunto, tra il deserto e le coste libiche le certezze di oggi potrebbero essere demolite dai nuovi eventi di domani; di certo, l’aver cacciato Gheddafi nel 2011 vuol significare anche questo: la sicurezza dell’Italia passa anche da scontri tutti interni tra milizie di una cittadina affacciata sulle coste della Tripolitania.