C’è una nuova guerra in Libia e a combatterla sono Italia e Francia che si sfidano senza esclusioni di colpi. Il governo di Giuseppe Conte sa che Emmanuel Macron ci sta soffiando la tradizionale influenza che Roma ha su Tripoli. Un piano iniziato dalla guerra voluta da Nicolas Sarkozy contro Muhammar Gheddafi. E che continua oggi, con la strategia di Macron di diventare il dominus incontrastato della Libia post-rivoluzione.

Le mosse italiane

L’Italia sta correndo ai ripari. La questione migranti, con i continui sbarchi che avvengono sulle coste siciliane e l’Unione europea che non sa decidersi su come contrastare la crisi, ha reso necessario un intervento deciso del governo. I tre viaggi di Matteo SalviniEnzo Moavero Milanesi ed Elisabetta Trenta ne sono la dimostrazione. Un via vai continuo fra Roma e Tripoli che conferma i legami sempre più stretti fra i due governi. Rapporti necessari per vicinanza geografica, interessi convergenti, ma anche e soprattutto per mantenere i nostri interessi in Nordafrica, a partire dai nostri terminali Eni.

Questi viaggi hanno confermato che i nostri nemici sono più in Europa che in Africa. Inutile negarlo. E l’offensiva francese adesso è totale. Macron è l’unico leader europeo che, senza alcun problema, discute sia con Fayez Al-Sarraj sia con Khalifa Haftar. Li ha ricevuti entrambi a Parigi e vuole regolare la loro disputa sul futuro libico per ottenere la leadership della transizione. E la volontà francese di giungere il prima possibile alle elezioni in Libia – ipotesi che l’Italia ha più volte respinto senza una stabilità del Paese – conferma la volontà di Parigi di scalzare Roma dall’influenza sul territorio.

Ma a questo assedio diplomatico, se ne aggiunge anche uno militare che preoccupa, e molto, la Difesa italiana. Come riportato dall’Huffington Post, fonti informate del quotidiano hanno rivelato che la Francia è pronta a costruire una base sul suolo libico. E ci sarebbe già l’assenso di Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Questa notizia avrebbe scatenato la controffensiva del governo Conte che, in queste settimane, ha inviato a Tripoli i tre ministri che detengono il dossier libico. Il tutto con l’ausilio fondamentale di una figura come l’ambasciatore Giuseppe Perrone.

L’Italia preme su Sarraj così come la Francia. Ma Roma ha con Tripoli rapporti solidi e interessi fondamentale da difendere, a partire dal petrolio per finire alla sicurezza e al tema migranti. Il governo intende rafforzare i legami con la Guardia costiera libica e punta a dirottare sulla Libia una fetta consistente dei fondi europei per l’Africa Fund. 

Lo scontro sulle elezioni

Lo scontro sulle elezioni in Libia è diventato centrale. Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri francese, nel suo tour nordafricano contemporaneo a quello del ministro Trenta, ha posto come obiettivo quelle del voto a metà dicembre. Un’ipotesi che molti libici apprezzano e con cui la Francia vuole giocarsi la carta di potenza benefattrice che garantisce la struttura democratica della Libia post-Gheddafi. Ma è un’ipotesi che l’Italia non considera auspicabile.

Le rimostranze italiane al voto libico sono assolutamente comprensibili. Non si può portare un Paese al voto senza che vi siano certezze sulla stabilità della nazione. Il ministro Trenta lo ha confermato a Tripoli parlando con il presidente del governo riconosciuto. Discutendo del processo di riconciliazione fra le diverse fazioni, la titolare della Difesa ha detto che “parlare di nuove elezioni prima di aver completato questo processo sia un errore. Dopo ci ritroveremmo ad avere gli stessi problemi, noi come Italia voi come Libia”.

Parole che sono state la risposta di Roma alle dichiarazioni di Le Drian, il quale, nell’ultimo viaggio in Libia, non solo ha promesso un contributo francese di un milione di dollari per le votazioni, ma ha anche incontrato il sindaco di Misurata, Mustafa Kerouad, per fare in modo che tutte le fazioni libiche fossero sotto il controllo francese.

L’Italia fra Trump e Putin

Una scelta a cui l’Italia ha risposto in maniera del tutto differente, puntando per molto tempo esclusivamente sul governo di Tripoli. Mossa rischiosa ma che ha un senso economico e politico. I terminali Eni sono in larga parte nel territorio controllato da Sarraj, che deve pertanto essere considerato l’interlocutore privilegiato del nostro esecutivo. E da un punto di vista politico, significa in ogni caso puntare sull’unico governo riconosciuto a livello internazionale.

Tuttavia, l’Italia sa che deve discutere anche con il generale Haftar se vuole ottenere il consenso di una larga fetta della politica e dei militari libici. Proprio per questo motivo, il ministro della Difesa ha detto che cercherà di incontrare il leader della Cirenaica.

In questo non va dimenticato il ruolo che l’Italia si è ritagliata con Russia e Stati Uniti. L’equilibrio mantenuto dal nostro governo fra Donald Trump e Vladimir Putin si traduce in Libia nella capacità di ritagliarsi una posizione di vantaggio. Haftar ha ottimi contatti con Washington ma è fortemente legato a Mosca. Serraj è un uomo tutto sommato legato all’Occidente. John Bolton, in viaggio a Roma, ha confermato il supporto americano all’Italia sul fronte del Mediterraneo. E Putin può giocare la carta libica per fare in modo che l’Italia faccia un passo in avanti nella contrapposizione alle sanzioni europee alla Russia. 

Articolo di Lorenzo Vita