Politica /

In Libia, l’Italia è sotto attacco: inutile negarlo. Come spiegato su questa testata, le violenze di Tripoli rischiano di far perdere l’influenza italiana sul Paese e minacciano non solo i nostri interessi economici ed energetici, ma anche quelli riguardanti la nostra sicurezza nazionale.

La Francia è certamente la prima potenza europea interessata alla nostra sconfitta in Libia. Emmanuel Macron vuole controllare il Sahel e il Nordafrica. E per farlo, deve riuscire a colpire chi può mettere in pericolo la sua leadership nel Mediterraneo, e cioè l’Italia. La possibile caduta di Fayez al Sarraj serve a questo scopo.

Il premier libico, su cui i governi italiani hanno puntato da subito, è stato per molto tempo la nostra testa di ponte in Libia. Un leader debole, che non controlla, come dimostrato in questi giorni, nemmeno la sua capitale, ma che serviva a tutelare i nostri terminali Eni per quanto riguarda il gas e in parte il petrolio, oltre a garantire un interlocutore sul fronte dell’immigrazione clandestina nella comunità internazionale.

Ma adesso la sua leadership è pesantemente minata e l’Italia è sotto attacco. E deve evidentemente guardarsi intorno. Innanzitutto per capire chi può aiutarci in questo momento delicatissimo in cui Parigi sembra poter scalzarci dal Paese nordafricano. L’Italia è minacciata: ma è anche sola? È questa la domanda che bisogna porsi. La risposta è no, non siamo soli. Ma dobbiamo capire chi può essere un nostro valido alleato.

Innanzitutto, l’Italia ha ricevuto da Donald Trump una sorta di autorità politica sulla transizione libica. E questo è un dato inequivocabile dal momento che è stato argomento di discussione durante l’incontro fra Giuseppe Conte e il presidente degli Stati Uniti a Washington. In quell’occasione, si parlò di una cabina di regia congiunta fra Italia e Stati Uniti sul Mediterraneo allargato e Roma venne insignita de ruolo di guida per la Libia post-guerra civile. Un ruolo che Washington ha confermato appoggiando la conferenza internazionale sul futuro libico organizzata in Italia. 

Gli Stati Uniti sono dalla nostra parte. Un po’ per disinteresse globale da parte del Pentagono nei confronti del territorio libico, un po’ perché la Francia inizia a essere eccessivamente “zelante” fra Sahel e Nordafrica. Trump ha cercato di coinvolgere Macron nei suoi piani sull’Europa, ma tra Parigi e Washington non sembra sia scoccata la scintilla. Mentre l’Italia del governo Lega-Cinque Stelle è apparsa da subito molto più convinta degli obiettivi dell’amministrazione americana.

Se gli Usa rappresentano un supporto fondamentale per il futuro assetto libico e per le operazioni da compiere nel presente, l’altra grande potenza internazionale, la Russia, gioca un ruolo complesso e per noi potenzialmente utile. Vladimir Putin ha contatti con il nostro governo, che sicuramente non può dirsi avverso a Mosca come altri esecutivi europei. Ma il Cremlino sostiene da sempre il generale Khalifa Haftar, che, in questo momento, è l’alleato storico della Francia. 

Se fra Russia e Italia possono esserci divergenze strategiche, è però anche vero che il Cremlino può rappresentare un ottimo appoggio per mitigare le posizioni del leader della Cirenaica. Con la speranza che, fra Mosca e Parigi, non sia sorta una curiosa convergenza d’interessi sulla Libia. L’incontro fra Sergei Lavrov, Valery Gerasimov e Macron all’Eliseo potrebbe aver toccato anche il futuro di Tripoli e Bengasi e non solo il nodo Siria. E le recenti aperture di Parigi a Mosca non devono farci dormire sonni tranquilli.

Oltre alle superpotenze, di sono poi le potenze regionali coinvolte nel conflitto e nella transizione libica. E lì le cose si fanno ancora più complesse. Per l’Italia, trovare partner non è semplice, perché in questi anni la nostra strategia sul Mediterraneo (in particolare orientale) è stata molto opaca. In queste settimane, il governo italiano ha voluto riallacciare i rapporti con l’Egitto. E questo è un segnale importantissimo.

Abdel Fattah Al Sisi è uno dei principali sponsor internazionali di Haftar. E se l’Egitto vuole continuare a fare affari con noi, sia a livello commerciale che nel settore energetico (vedi Eni e il giacimento di Zohr), potrebbe darci una mano con la Libia. Giocare la carta degli investimenti e dello sfruttamento delle risorse energetiche potrebbe essere fondamentale. Il fatto che Matteo Salvini, Enzo Moavero Milanesi e Luigi Di Maio siano andati al Cairo, è la dimostrazione che c’è la volontà di ricucire con il governo egiziano.

Ma i potenziali attori non sono finiti. Quella della Libia si può definire a tutti gli effetti una guerra per procura su scala internazionale. Le potenze regionali coinvolte sono molte e i conflitti si ripercuotono anche in questa parte di Africa. Per esempio, non va dimenticato che Haftar è sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti in chiave di contrasto al Qatar e alla rete della Fratellanza Musulmana. L’Italia ha mantenuto buoni rapporti con le monarchie del Golfo in questi anni, soprattutto grazie alle commesse militari e ai notevoli investimenti in settori produttivi del nostro Paese. Roma potrebbe spingere su Abu Dhabi per convincere Haftar a desistere. 

Ma gli Emirati si lasceranno convincere? E soprattutto, l’Italia può essere più convincente della Francia? Difficile. Ma nel totale silenzio europeo, l’unica certezza è Roma debba darsi da fare autonomamente per ripristinare la propria autorità su un Paese che per noi è fondamentale.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME