Le navi turche che, con molta probabilità, anche in questi giorni hanno continuato a portare armi a Tripoli, non aspettano certo i tempi della diplomazia europea. E così, mentre in Libia si continua a combattere e, come affermato dall’inviato dell’Onu Ghassan Salamé, continuano a circolare almeno 20 milioni di armi, in sede europea si fatica a trovare un accordo per il rinnovo della missione Sophia. Un’operazione quest’ultima sostanzialmente fallita già da anni, che adesso si vorrebbe “ristrutturare” per garantire il rispetto dell‘embargo sulle armi in Libia. L’Europa però, ancora una volta, sta dimostrando di essere in grado di non saper prendere una decisione nemmeno quando quest’ultima può apparire già superata. Il ruolo in Libia del vecchio continente in tal modo non può che apparire, come del resto accade già da mesi, assolutamente marginale.

Il dibattito sulla missione

Eppure dopo la conferenza di Berlino la diplomazia del vecchio continente si è mostrata ottimista dinnanzi alla possibilità di garantire due aspetti ritenuti fondamentali per la Libia: la tregua, concordata a Mosca lo scorso 13 gennaio, e per l’appunto l’embargo sulle armi. Quest’ultimo è entrato in vigore nel 2011, anno di inizio del caos nel paese nordafricano, ma non è mai stato realmente applicato. Per qualche motivo però, l’Ue ed alcuni Stati membri, Italia inclusa, all’indomani del vertice nella capitale tedesca hanno pensato di attuare in poche settimane quello che non si è riusciti a realizzare in 9 lunghi anni di guerra. Tregua ed embargo sono stati presentati come capisaldi della strategia europea sulla Libia. La situazione venutasi a creare però nei giorni scorsi, ha dimostrato come le travi su cui doveva poggiarsi l’azione del vecchio continente, erano in realtà modesti mattoni adagiati sulle dune del deserto libico.

La tregua non c’è mai stata e le armi, come detto, sono continuate ad arrivare. Per cui, secondo i ministri degli esteri dell’Ue si è reso quanto mai necessario attivare in tempi brevi la missione Sophia. O, per meglio dire, recuperarla per renderla più funzionale. Attualmente l’operazione, il cui nome ufficiale è Eunavformed, è limitata soltanto all’uso dei mezzi aerei e non navali. La proposta avanzata dalla diplomazia comunitaria nei giorni scorsi, ha riguardato un rilancio della stessa missione con mezzi navali e con la possibilità di pattugliare anche le acque libiche. Una soluzione per la verità quasi anacronistica: l’operazione Sophia è stata varata nel 2015 con lo scopo di far attuare l’embargo sulle armi e contrastare il traffico di esseri umani. I risultati sono oggi ben evidenti: le armi in Libia sono arrivate in massa e dalle coste nordafricane si è continuato a partire.

Il veto dell’Austria

Eppure, come accennato prima, l’Europa non è in grado di prendere nemmeno decisioni già superate. Nella riunione tra gli ambasciatori degli Stati membri dell’Ue, è emersa la mancanza di una comune volontà di riattivare la missione Sophia. Anzi, si è registrato il veto dell’Austria che di fatto ha rallentato l’iter per portare alla firma di un accordo in tal senso: “Vienna rifiuta l’ipotesi sulla missione in questione”, ha confermato il cancelliere Sebastian Kurz nella conferenza stampa tenuta a Berlino dopo l’incontro di martedì con Angela Merkel. Secondo il governo austriaco, la priorità va data al “controllo del contrabbando di armi in Libia via terra e via aria”. Le preoccupazioni di Vienna, sarebbero in realtà maggiormente legate allo spettro che le navi della rinnovata missione Sophia possano essere usate, come in parte già accaduto in passato, unicamente per portare in Europa i migranti intercettati a largo della Libia.

Nelle scorse ore, l’alto rappresentante della politica estera europea, Josep Borrell, non ha potuto fare altro che prendere atto dell’attuale situazione di stallo: “Ci auguriamo che l’argomento possa essere ripreso al prossimo Consiglio Affari esteri il 17 febbraio – ha dichiarato il diplomatico spagnolo – ma dipende dal dinamismo discussioni tra gli Stati membri”. L’impressione, è che il tentativo di riattivare la missione Sophia potrebbe avere tempi lunghi di gestazione oppure, ipotesi questa da non escludere, navigare verso un definitivo abbandono. Con l’Europa che, a questo punto, dovrebbe prendere atto del fatto che le soluzioni non possono passare da semplici colpi di spugna da applicare a missioni che hanno già dato prova di essere inefficaci.

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