(Dal nostro inviato a Palermo)  Il primo obiettivo, quando a giugno Trump ha dato il personale appoggio ad una cabina di regia italiana per la Libia al premier Conte, è subito stato quello di organizzare una conferenza in Italia entro l’anno. Magari con qualche suggestione importante, come la scelta di una sede simbolo stesso della centralità del Mediterraneo. Di fatto è così che nasce, lungo l’asse tra Farnesina e Palazzo Chigi, la conferenza di Palermo.

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Forse però, ed è questa un’impressione condivisa da non pochi analisti della penisola, qualche “peccato di gioventù” da parte del nuovo esecutivo gialloverde potrebbe esserci stato. L’idea di tenere una conferenza in Sicilia appare azzeccata, ma forse azzardata sotto il profilo meramente organizzativo. Si è data, in poche parole, troppa enfasi all’evento di Palermo. Ristretti i tempi per mettere in piedi un grande vertice internazionale, oramai però Roma a fine ottobre non ha più lo spazio e la possibilità di tirarsi indietro. Dunque da quel momento l’obiettivo appare un altro: dare un senso agli sforzi diplomatici delle ultime settimane, per dare un senso allo stesso appuntamento palermitano.

Palermo come trampolino di lancio 

Del resto il ministro degli esteri, Enzo Moavero Milanesi, da persona navigata e di esperienza, quando ha intuito che il tempo non era amico dell’Italia ha iniziato a chiamare il vertice con il proprio nome: “A Palermo sarà una conferenza di servizio“, ha infatti dichiarato il ministro durante il forum Italia – Africa tenuto a fine ottobre. Salvare il salvabile, a quel punto, è diventata la parola d’ordine sia a Palazzo Chigi che alla Farnesina. E forse qualcosa si è riusciti realmente a salvare. In primo luogo perchè ci saranno, a meno di clamorose sorprese per adesso scongiurate, tutti i più importanti attori libici: da Al Serraj ad Haftar, dal presidente delle camera di Tobruck al presidente dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli. Ma in secondo luogo un aiuto importante è arrivato anche dalle Nazioni Unite. Il piano dell’Onu, illustrato giovedì dall’inviato per la Libia Ghassan Salamé, strizza l’occhio all’Italia. 

Questo perchè viene ufficialmente accantonata l’idea, professata da Macron per diversi mesi, di tenere il 10 dicembre le elezioni in Libia. Ma non solo: all’interno del piano viene lasciato spazio ad una grande conferenza interna alla società civile libica e ad un percorso volto alla creazione di forze di difesa ed istituzioni comuni in vista delle elezioni, da tenersi a questo punto soltanto tra primavera ed autunno del 2019. Ed ecco quindi che l’Italia entra pienamente in gioco. Avere a Palermo i più importanti leader della Libia, significa iniziare a coordinare proprio dalla Sicilia i primi passi per l’attuazione del piano dell’Onu. Di riflesso, questo potrebbe dare a Roma il ruolo tanto auspicato di attore guida del processo di stabilizzazione della sua ex colonia. Nonostante la prelibatezza della cucina siciliana, a Palermo dovrebbero essere serviti dunque solo antipasti: il piatto forte arriverà nei mesi successivi, con l’Italia che cercherà di ritagliarsi un ruolo in prima linea seguendo il piano delle Nazioni Unite. 

L’ipotesi di una nuova conferenza a Roma

Organizzare una conferenza sulla Libia a novembre è apparso azzardato anche per un altro motivo: non solo non era pronta forse l’Italia a livello logistico e non solo le agende dei leader più importanti erano già colme con altri impegni, ma c’è anche da considerare il fatto che gli stessi libici anche a poche ore dal vertice non appaiono pronti a sedersi serenamente attorno ad un tavolo. Come rivela il quotidiano La Stampa, il programma del vertice di Palermo risente proprio del clima che si respira tra i leader libici. Se in principio infatti Palazzo Chigi aveva messo in agenda in Sicilia incontri simultanei tra Haftar, Al Serraj, Saleh ed Al-Mishri, adesso il format prevede bilaterali tra delegazioni internazionali e singole delegazioni libiche. Segno dunque che, al di là delle foto di rito che verranno scattate a summit finito, i libici non appaiono in grado di affrontare in comune le questioni più spinose. Anzi, a Palermo si rischierebbe di far apparire più accentuate le divisioni che dal 2011 frammentano giorno dopo giorno la Libia. 

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Ma il vertice siciliano, anche da questo punto di vista, potrebbe apparire come un primo importante passo. Per la prima volta i rappresentanti delle più importanti istituzioni libiche saranno in una stessa riunione e, per la prima volta anche in questo caso, si parlerà in concreto degli obiettivi del piano dell’Onu. Successivamente si potrebbe quindi pensare ad una nuova conferenza, questa volta preparata con più tempo e con il precedente di Palermo a fare da base organizzativa. Ecco perchè prende corpo, mentre ancora nel capoluogo siciliano fervono i preparativi per il summit, l’ipotesi di una conferenza da tenere a Roma. Usare l’evento di Palermo come primo trampolino, garantirebbe all’Onu l’avvio, come detto, del percorso ipotizzato dal proprio piano, mentre all’Italia permetterebbe di nasconderebbe il ridimensionamento del vertice palermitano, mantenendo al contempo la possibilità di esercitare un ruolo guida nei prossimi mesi. Solo così le riunioni e gli incontro previsti lunedì e martedì in Sicilia possono quindi realmente acquisire un senso. 

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