Inizia in Libia il giro di valzer delle nomine petrolifere che tira in ballo anche la nostra Eni. È passata quasi inosservata in Italia la recente designazione di Mohamed Bin Shatwan a capo del Consiglio di amministrazione della Mellitah Oil and Gas Company (Mog), la join-venture tra il Cane a sei zampe e la National Oil Corporation (Noc), la compagnia petrolifera statale della Libia. Un posto che conta, una poltrona che scotta. L’azienda non solo gestisce i giacimenti petroliferi nel deserto del Fezzan, ma anche gli strategici progetti offshore che Eni dovrebbe auspicabilmente sviluppare dopo la stabilizzazione del Paese.

Il problema è che Shatwan è il presidente uscente del Consiglio di amministrazione Arabian Gulf Oil Company (Agoco), l’azienda petrolifera della Cirenaica, la regione della Libia orientale controllata dalle milizie del “feldmaresciallo” Khalifa Haftar, l’uomo forte di Bengasi che tiene in ostaggio 18 pescatori di Mazara del Vallo. Per proprietà transitiva, dunque, Haftar dovrebbe aver messo un suo uomo di fiducia ai vertici della compagnia petrolifera più importante della Tripolitania dopo la Noc. Un’azienda per giunta compartecipata dell’italiana Eni. Ma è veramente così?

Chi controlla la joint-venture?

“Il nuovo presidente della Mog è un uomo di grande esperienza che ha lavorato per decenni nel settore petrolifero libico. Non possiamo dire che sia un uomo di Haftar: è un tecnocrate”, assicura a InsideOver un ingegnere petrolifero della Mog. Secondo Agenzia Nova, “Shatwan è un membro di una facoltosa famiglia originaria di Misurata emigrata da decenni nell’est”. È sopravvissuto alle purghe di Haftar mascherate con l’operazione anti-terrorismo Karama (“Dignità” in arabo). Eppure mai la Noc aveva cambiato così tanti manager tutti insieme. Perché scomodarsi proprio adesso? Dall’azienda petrolifera libica assicurano che si tratta di “cambiamenti di routine”. Colpisce, tuttavia, la tempistica di questo vastissimo giro di poltrone che ha coinvolto praticamente l’intero settore petrolifero del Paese membro dell’Opec:

  • dopo il controverso patto per la riapertura dei pozzi di petrolio stretto da Haftar e Ahmed Maiteeq, politico e imprenditore di Misurata che ambisce al ruolo di premier del futuro governo di accordo nazionale della Libia;
  • durante il durissimo scontro in atto tra le istituzioni libiche sulla ripartizione dei proventi del petrolio tra le macroregioni della Libia;
  • prima dell’accordo sul nuovo Consiglio presidenziale e governo unitario della Libia in discussione nel dialogo politico libico.

Il tentato assalto alla Noc

Intanto a Tripoli rischiano di riaccendersi gli antichi rancori tra milizie rivali. La mattina del 23 novembre, un gruppo armato ha tentato senza successo di fare irruzione negli uffici della Noc di Tripoli. L’azienda ha parlato di un “atto terroristico” compiuto da bande criminali, mentre la stampa libica riferisce che il fallito assalto si è tenuto “sullo sfondo dei cambiamenti nella presidenza e nei consigli di amministrazione delle compagnie petrolifere sussidiarie della società”. In effetti, dopo l’incidente il presidente della Noc, Mustafa Sanallah, ha sospeso due dipendenti della Waha Oil Company (la controllata che gestisce i giacimenti della Mezzaluna petrolifera) sospettati di essere coinvolti nell’episodio. A quanto pare, un gruppo Zintan voleva protestare contro la rimozione del presidente della Waha Oil Company (Ahmed Ammar), originario appunto della città-Stato libica rivale storica di Misurata, la “Sparta” della Libia occidentale considerata come una testa di ponte della presenza della Turchia nell’ex Jamahiriya di Muammar Gheddafi. In Libia, quindi, c’è ancora chi cerca di imporre nomine a colpi di kalashnikov, ma forse i tempi stanno cambiando.

La posta in gioco

L’architetto delle nuove nomine è l’imperturbabile Mustafa Sanallah, minuto ingegnere petrolifero di origini turche considerato “super partes” nel terribile scontro tra potenze straniere che da tempo prosciuga le risorse della Libia, un Paese che – non va dimenticato – è teoricamente molto ricco. Una vita all’interno della compagnia petrolifera statale fino a scalarne i vertici, Sanallah è scampato a un attentato kamikaze dello Stato islamico contro il palazzo Trek al Sekka, sede della Noc, nel settembre 2018 e si è guadagnato negli anni il rispetto della maggior parte dei libici. “Sanallah ha dimostrato che nessuno può minacciarlo. È uno pulito ed è grazie a lui che il settore petrolifero è rimasto in piedi nonostante la guerra”, riferisce a InsideOver una fonte di Mellitah Oil and Gas.

In effetti, le nomine delle sussidiarie sembrano rafforzare la sua posizione: tutti gli uomini ai vertici delle controllate gli sono fedeli. Ma la partita per il controllo dei proventi delle esportazioni petrolifere, che nel frattempo hanno superato quota 1,2 milioni di barili al giorno, è tutt’altro che chiusa. Il potente governatore della Banca centrale, Al Sadiq al Kabir, ha accusato la National Oil Corporation di manipolare i dati degli ultimi anni e ha chiesto che fossero rivisti e verificati. Da parte sua, la Noc ha definito le accuse della Banca centrale “false e fuorvianti”. Chi la spunterà in questo scontro potrebbe avere in mano il destino della Libia per i decenni a venire.