diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Sigillare il sud della Libia è uno degli imperativi per la stabilità del Paese: da qui transitano i flussi migratori, così come la droga e le armi da contrabbando. Un problema molto grave che si trascina già dai tempi del rais Muammar Gheddafi. Oggi la volontà politica di rimettere mano ai progetti per il controllo dei confini c’è, mancano al momento però le condizioni materiali.

L’avanzata di Haftar a sud

Si dice che il Fezzan è, delle tre storiche che compongono la Libia, la più remota. E non è un caso: non sono molte le tv e i network che si spingono fin dentro il cuore del deserto libico. Tripoli e Bengasi sono sempre state sotto i riflettori, le località meridionali invece no. Tutto quello che avviene qui spesso passa in sordina. È successo così ad esempio nel gennaio 2019, poche settimane dopo la conferenza di Palermo. Il generale Haftar, sfruttando il caos imperante nel Fezzan, in punta di piedi e sparando pochi colpi si è preso la regione. Si sa poi com’è andata a finire: l’uomo forte della Cirenaica ha usato quell’avanzata come testa di ponte per attaccare Tripoli nell’aprile del 2019.

Uno scenario che oggi sembra ripetersi. A partire dallo scorso mese di aprile, Haftar è tornato nel Fezzan. Non che prima fosse uscito, ma le dispute locali e le diatribe tra le tante tribù qui presenti avevano ridimensionato negli ultimi due anni il ruolo delle forze fedeli al generale. Tutto è cambiato l’11 aprile 2021, data del ritorno in Patria dei combattenti ciadiani precedentemente presenti nel Fezzan a sostegno di Haftar. Loro sono rientrati in Ciad per combattere il presidente Deby, il generale ha preso la palla al balzo e da Bengasi ha inviato mezzi e uomini verso le frontiere meridionali. Un gesto a prima vista dimostrativo che successivamente si è trasformato in una vera nuova avanzata. Questa volta, almeno per il momento, l’obiettivo non sembra essere Tripoli. Haftar ha voluto lanciare un segnale in vista delle possibili elezioni del 24 dicembre 2021: lui c’è, non è politicamente morto e può avanzare la sua candidatura o quella del figlio Saddam.

Perché il Fezzan è importante

Vale la pena ricordare che la regione del Fezzan è di fondamentale importanza non solo per la Libia, ma anche per l’Europa e soprattutto per l’Italia. Dal giacimento di Wafa, 450 chilometri a sud-est della capitale Tripoli e 160 chilometri a sud della “città bianca” Ghadames, viene estratto il gas che viene convogliato in Italia tramite il gasdotto Greenstream. L’Eni estrae petrolio dal giacimento di El Feel (Elephant), che a pieno regime produce circa 70 mila barili al giorno. Il sud-ovest della Libia è quindi di fondamentale importanza per la sicurezza energetica dell’Italia. Ma non ci sono solo il petrolio e il gas.

Da anni si parla di importanti riserve d’oro e di terre rare nascoste tra le dune del Sahara. Senza contare che la radiazione solare offre un potenziale enorme per la generazione di energia da fonti rinnovabili. Eppure, le grandi ricchezze naturali sono inversamente proporzionali alla qualità dei servizi e delle infrastrutture. Lunghi e frequenti blackout affliggono località come Ghat o Sebha, dove le temperature possono arrivare a superare i 50 gradi centigradi. La mancanza di lavoro e le scarse di prospettive di sviluppo spingono la popolazione verso l’unica fonte di sostentamento possibile: il traffico di armi, di droga e soprattutto di esseri umani. L’intreccio fra reti criminali e gruppi terroristici rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza dell’Italia: ecco perché è importante sigillare i porosi confini meridionali della Libia.

Il progetto del controllo delle frontiere meridionali

Il problema del Fezzan e dell’intera Libia è che i confini in questa regione esistono solo sulla carta. Qui il paesaggio è caratterizzato dal deserto. Infinite distese di sabbia dove scorrono le piste dei carovanieri che portano nel Paese nordafricano ogni genere di contrabbando. L’esigenza di un controllo di queste frontiere si era palesata già ai tempi di Muammar Gheddafi. Nel trattato di amicizia del 2008, era previsto tra le altre cose la costruzione a carico dell’Italia di complessi sistemi tecnologici in grado di difendere questi confini e rilevare possibili intrusi.

Un progetto mai del tutto tramontato. Anzi negli ultimi incontri bilaterali tra i vari rappresentanti del governo libico e italiano l’idea è tornata ad essere ufficialmente sul tavolo. Ne ha parlato soprattutto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in una delle sue recenti visite a Tripoli. Nel 2008 il progetto di sorveglianza elettronica dei confini era stato affidato a Finmeccanica, oggi si parla di una possibile gestione a livello europeo. Anche perché non ci sarebbe in campo soltanto la costruzione dei dispositivi tecnologici, ma anche la formazione delle future guardie di frontiera libiche.

Il futuro del progetto

Sul futuro del progetto gravano diverse incertezze, alcune di natura tecniche e altre di carattere geopolitico, ma il bicchiere – almeno per il momento – sembrerebbe essere mezzo pieno. Secondo indiscrezioni del quotidiano Il Foglio, poi smentite dallo Stato maggiore della Difesa, 250 militari italiani potrebbero essere dislocati nel Fezzan per addestrare le forze locali a presidiare i confini con Niger e Ciad interessati da traffici illeciti di esseri umani, armi e droga. Al di là della smentita d’ufficio, è innegabile che ci sia un forte interesse italiano a un progetto di questo di tipo. Dopo un decennio di conflitti e instabilità, ora sembrerebbero esserci degli spiragli per una possibile concretizzazione di questa visione.

Il contesto geopolitico sta cambiando rapidamente. La Francia, che da sempre guasta i piani italiani nella Libia del sud, è in grande difficoltà in Sahel come confermano le situazioni in Mali (due colpi di Stato negli ultimi nove mesi), Niger (golpe fallito a marzo) e Ciad, tutti Paesi che gravitavano nell’orbita francese. É in quest’ottica che va letto il recente aumento dell’impegno italiano in Sahel con la missione bilaterale Misin in Niger (300 militari dal 2018), la partecipazione a task force Takuba (200 militari da dispiegare entro l’anno) in Mali e l’apertura di diverse ambasciate (l’ultima in Mali e prossimamente in Ciad). Insomma, i tempi sembrerebbero maturi per compiere un passo di natura strategica a lungo atteso.