Il piano delle Nazioni Unite per portare la Libia alle elezioni entro fine anno sta per naufragare, con il rischio di prolungare l’agonia di un Paese che in teoria vanta le più grandi riserve di petrolio dell’Africa e che fino a dieci anni fa era primo alleato dell’Italia nel Mediterraneo. La clessidra del 24 dicembre, la simbolica data del 70esimo anniversario dell’indipendenza scelta per andare al voro, scadrà fra quattro mesi.

Fonti libiche consultate da Agenzia Nova esprimono scetticismo sugli sforzi dell’Onu e ritengono “molto probabile un rinvio delle elezioni di almeno qualche settimana, nella migliore delle ipotesi a gennaio”. L’Alta commissione elettorale indipendente libica aveva indicato una serie di scadenze (prima inizio luglio, poi entro la prima decade di agosto), tutte scadute, per poter organizzare le elezioni in modo quantomeno decente. Questo non significa necessariamente che il voto di dicembre “non s’ha da fare”, ma prendere i libici per la collottola e obbligarli a recarsi alle urne senza regole chiare potrebbe rivelarsi una pessima idea. Vale la pena ricordare che la prima, grande frattura tra est e ovest è avvenuta proprio a causa di un’elezione, quella del 2014, contestata dagli sconfitti.

Perché le elezioni sono a rischio?

Chi è al potere oggi si dice a favore del voto, ma in realtà non ha alcuna intenzione di cedere la poltrona, ricalcando in questo un’usanza assai italica. Il problema è che i big dell’arena politica libica, come il generale Khalifa Haftar a est o l’ex ministro dell’Interno Fathi Bashaga a ovest, sono stati esclusi dal farraginoso impianto Onu che sembra oggi fare acqua da tutte le parti. Il primo ministro ad interim Abdulhamid Dbeibah, imprenditore di Misurata accusato di aver essere arrivato nella stanza dei bottoni comprando voti ed elargendo favori (accuse per la verità sempre respinte dal diretto interessato), non può ricandidarsi secondo le bizzarre le regole del Foro di dialogo politico (Lpdf), l’organismo di 74 membri che ha scelto la data delle elezioni e nominato le attuali autorità esecutive transitorie.

Non si capisce per quale motivo Dabaiba debba abbandonare la guida del governo e fare i salti mortali per rendere possibili delle elezioni che lo escluderebbero. Lo stesso discorso vale per Aguila Saleh, il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk eletta nel ormai nel 2014 con un’affluenza di appena il 18 per cento degli aventi diritto, e per Khaled al Mishri, il presidente dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, l’organo consultivo creato nel 2015 dove sono confluiti i membri (per la maggior parte islamisti) del dissolto e Congresso generale nazionale. Se le elezioni dovessero essere rimandate, nessuno dei sopracitati si strapperebbe le vesti. Quanto al “feldmaresciallo” Haftar, incontrato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio il 2 agosto e dall’inviato speciale Usa Richard Norland il 12 dello stesso mese, egli sembra intenzionato a correre per la carica di presidente, ma ad oggi non è ancora chiaro se possa farlo.

Le difficoltà di Jan Kubis

Jan Kubis, l’ex ministro degli Esteri slovacco che ha raccolto il testimone dal libanese Ghassan Salamé e dalla statunitense Stehpanie Williams alla guida della Missione di sostegno delle Nazioni in Libia (Unsmil), non si è dimostrato all’altezza delle aspettative. Il Foro di dialogo politico è impantanato in una guerra di posizione tra opposte fazioni che non consente di approvare le “regole” per andare al voto. In difesa del pur capace diplomatico Onu, un omone di due metri con una solida esperienza da inviato Onu in Libano (altra nazione araba sull’orlo del baratro), c’è da dire che l’eredità lasciata dal duo Salamè-Williams (a proposito, la coppia sta per pubblicare un libro sulla loro esperienza libica) era molto pesante.

Sta di fatto che ad oggi le elezioni in Libia restano una chimera. Si voterà solo per il parlamento o anche per il presidente? Quali sono i criteri di eleggibilità? I militari si possono candidare? Si utilizzerà un sistema di voto proporzionale, maggioritario o misto? Come si possono tenere elezioni “libere, eque e trasparenti” sotto la minaccia delle armi di milizie, mercenari e combattenti stranieri? Allo stato attuale tutti questi nodi restano irrisolti. Data la situazione di totale incertezza, forse rimandare le elezioni di qualche settimana sarebbe la cosa migliore per tutti, almeno per il momento. Ma attenzione: cristallizzare questo status quo troppo a lungo potrebbe certificare la partizione (de facto già in essere) della Libia in aree di influenza di potenze straniere come Turchia, Russia ed Emirati Arabi Uniti. Uno scenario che l’Italia farebbe bene a scongiurare a tutti i costi.