Tante incognite e mille contraddizioni: il repertorio di Khalifa Haftar è sempre stato caratterizzato da questi elementi. Anche a Palermo, nel novembre del 2018, il generale è stato in grado di attirare su di sé tutta l’attenzione mediatica proprio grazie al suo stile “capriccioso”, non lontano da quello del rais Muammar Gheddafi. Nel capoluogo siciliano Haftar ha prima confermato la partecipazione al vertice organizzato dall’Italia, poi ha smentito questa circostanza ed infine, solo all’ultimo momento, si è presentato pur senza prendere parte alla foto di rito finale. Un “tira e molla” proseguito per tutto il tempo, con continui colpi di teatro. Proprio come accaduto nelle scorse ore a Mosca, con il generale improvvisamente andato via dalla capitale russa senza firmare alcun documento. Ed attirando, su di sé, sia l’attenzione mediatica che le minacce del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Ma chi è veramente il generale protagonista di queste ore di frenetiche trattative? E come mai si contrappone in maniera così forte ad Al Sarraj?

La fazione salafita a cui appartiene Haftar

Nel giorno dell’Epifania i soldati del Libyan National Army hanno conquistato la città di Sirte, luogo natio di Muammar Gheddafi ma soprattutto località strategica nell’ambito del conflitto in corso nel paese nordafricano. Le forze fedeli al governo di Fayez Al Sarraj hanno subito puntato il dito per questo episodio contro la brigata 604: si tratta, in particolare, di un gruppo interno alle forze di difesa di Sirte considerato però vicino ai salafiti. E soprattutto ad un ramo specifico di questo movimento, quello cioè dei madkaliti. Il gruppo esiste in Libia da diversi decenni, appare diffuso soprattutto nell’est del paese ed è stato tollerato da Gheddafi in funzione anti Fratelli Musulmani.

A questa fazione appartiene anche Khalifa Haftar. Ed è uno dei motivi per il quale non solo si sospetta che la brigata 604 abbia “venduto” Sirte al generale della Cirenaica. Ma non solo: l’uomo forte della Libia ha l’appoggio di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti proprio perché vicino a questo ramo del salafismo. Per i Saud in particolare, è una garanzia contro la stessa fratellanza musulmana, acerrima nemica di Riad. Il conflitto dunque, sotto questo profilo, è anche un duello tra due diverse visioni dell’islamismo: da un lato quello dei Fratelli Musulmani, supportato da Turchia e Qatar, dall’altro quello del salafismo madkalita, che ha nell’Arabia Saudita lo sponsor principale dal punto di vista ideologico. Si spiega dunque così uno dei motivi per il quale il generale della Cirenaica appare contrapposto al premier Al Sarraj.

Nessun duello tra “laici” ed islamisti

Il vero problema nel futuro della Libia, è che al momento manca una vera alternativa “laica”: comunque vada, come spiegato in precedenza, si ha a che fare con un duello tra due versioni di Islam. Il tutto rappresenta lo specchio della situazione nel paese, soprattutto dopo la deflagrazione della struttura di potere di Gheddafi. Una società tribale senza più una guida, ulteriormente divisa dal conflitto, non ha potuto dare vita a movimenti o partiti in grado di proporre una visione più moderna del paese.

La sfida, diretta e senza esclusione di colpi, è dunque tra l’Islam politico della Fratellanza Musulmana e la fazione salafita dei madkeliti. Haftar, nonostante si presenti spesso in divisa e con la fama di leader anti terrorismo, non è comunque quella “eminenza laica” descritta in questi anni. Sotto questo fronte, la strada per la Libia appare tutta in salita.

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