Libia, spuntano i primi malumori dopo il vertice di Palermo

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Si trova esattamente a metà strada tra Tripoli e Sirte, è dunque il centro tanto geografico quanto economico della Tripolitania costiera. Il riferimento è a Misurata, terza città della Libia con i suoi quasi 400mila abitanti distribuiti tra l’omonimo promontorio sul Mediterraneo ed il porto di Qasr Ahmad. Non sempre i rapporti tra questo territorio sono stati ottimi con Tripoli, specialmente durante la lunga era di Gheddafi. Se da un lato qui il rais nel 1979 decide di impiantare il più grande stabilimento siderurgico del paese, che fa di Misurata una delle città più industrializzate del nord Africa, dall’altro però i contrasti con il potere centrale della jamahiriya non sono mai mancati. E nel 2011 Misurata è annoverata tra le prime città dove vengono registrati gli scontri nel corso della proteste sorte in quell’anno. Da lì a breve inizierà un assedio da parte delle forze lealiste, la cui sconfitta appare determinante nell’economia di quella guerra civile. 

L’importanza di Misurata nella Libia di oggi

Con il definitivo allontanamento dell’esercito dalla città, Misurata già prima della caduta di Gheddafi inizia a gestirsi autonomamente. Vengono create proprie milizie che, oltre ad occuparsi della difesa del territorio, appaiono impegnate anche nel resto del paese. Sono proprio i gruppi misuratini ad essere tra i più attivi all’interno del variegato gruppo di “ribelli” che, sotto la spinta dei bombardamenti della Nato, tolgono giorno dopo giorno terreno a Gheddafi. La stessa capitolazione di Sirte è opera delle milizie di Misurata. Nel terribile video del linciaggio di Gheddafi, si distinguono le voci di chi rivendica di appartenere a gruppi misuratini. Da quel momento in poi, le milizie della terza città libica iniziano a diventare quasi essenziali per i precari equilibri della Tripolitania. Nella stessa Tripoli, ancora oggi sono diversi i gruppi di Misurata che controllano parti della capitale. Ma l’importanza è anche se non soprattutto politica: il vice di Al Serraj, Ahmed Maitig, è di Misurata così come il nuovo ministro dell’interno, Fathi Bishaga.



La contrapposizione interna a Misurata 

In città sarebbero almeno 250 le fazioni presenti, i combattenti in ciascuna di esse si contano a centinaia. Un vero e proprio esercito. Non è un caso infatti che nel 2016, quando la priorità in Libia era quella di sconfiggere l’Isis a Sirte, gli americani (e non solo) hanno armato la mano dei misuratini sfruttandoli come veri e propri avamposti militari dell’appena insediato governo di Al Serraj. È proprio da quel momento che gli italiani stanziano a Misurata un ospedale da campo e trecento militari all’interno della missione Ippocrate, a supporto delle milizie. Ma i gruppi della terza città libica sono tanto numerosi quanto divisi. Si va dai più “moderati”, fino alle fazioni islamiste. Una divisione “militare” che rispecchia anche quella politica. Se Maitig infatti è rappresentante dell’ala moderata, un politico in giacca e cravatta da anni impegnato ad accreditarsi soprattutto agli italiani, Fathi Bishaga invece appartiene ai Fratelli Musulmani. 

Ancora più integralista è Salah Badi, che con la sua brigata Al Samud risulta tra i protagonisti sia degli scontri di Tripoli dello scorso mese di settembre, che di queste ore presso la zona dell’aeroporto interazionale della capitale libica. Una divisione, quella interna a Misurata, che proprio durante gli scontri di Tripoli è stata ben marcata. Al Serraj, quando ha visto che a settembre la situazione stava di fatto precipitando, chiama a raccolta proprio i misuratini. Ma dalla città non tutti raccolgono l’appello. C’è chi ha preferito rimanere a casa, si stima che soltanto il 10% di tutti i combattenti disponibili ha raggiunto la capitale per difendere il governo. In quell’occasione, per la prima volta, sono emerse fazioni che hanno espresso la volontà di dialogare con Haftar. Fatto inedito per una città Stato che è sempre stata accreditata come braccio armato di Tripoli. 

Nessun misuratino soddisfatto dal vertice di Palermo 

Eppure nel vertice tenuto pochi giorni fa in Sicilia l’impressione è che Misurata sia rimasta ai margini. La scena è stata tutta di Haftar, dall’inizio alla fine della due giorni palermitana. Liste ufficiali di partecipanti libici non sono state diramate, chi si aspettava di vedere miliziani o politici di Misurata in prima fila è rimasto deluso. E questo, forse, potrebbe costituire un precedente pericoloso nel cammino difficile che dovrebbe portare la stabilità in Libia. Vero che, ad esempio, Maitig e Bishaga erano a Palermo ma non erano al vertice in quanto rappresentanti di Misurata. Il primo era in veste di vice di Al Serraj, il secondo da ministro del governo Al Serraj. Soprattutto Maitig teneva ad un invito specifico per lui, in qualità di rappresentante della parte politica moderata della città, anche a seguito di indiscrezioni che lo vogliono come principale interlocutore tra misuratini ed Haftar. 

Di fatto nessuna delle formazioni, politiche e non, di Misurata era presente a Palermo. I misuratini hanno rappresentato in Sicilia pezzi di governo od enti di base a Tripoli, non la propria città Stato. Come se dunque, nonostante gli ultimi sette anni di storia, il peso di Misurata fosse diventato improvvisamente di secondo piano. A tutto questo, va aggiunta l’insoddisfazione di Bishaga e dei Fratelli Musulmani espressa poi dall’abbandono dei lavori da parte della delegazione turca. La fratellanza non è, come si sa, ben vista sia da Haftar che dall’Egitto e sarebbe stato proprio il presidente Al Sisi, come dichiarato nelle scorse ore dal numero uno del consiglio di Stato Khaled al Mishri, a pretendere l’esclusione della Turchia ed il ridimensionamento dei Fratelli Musulmani in alcuni tavoli tecnici. 

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A Misurata appaiono per adesso tutti scontenti. C’è chi teme la possibilità di non avere posti al sole nel futuro del paese, chi di essere del tutto escluso dai processi decisionali. Un’altra grana per il piano elaborato dalle Nazioni Unite. Sia in funzione di avvicinamento ad Hafar e sia per quanto concerne il mantenimento della sicurezza a Tripoli, di Misurata invece servirà tenerne conto. Ignorare i malumori della terza città libica, nel frattempo diventata un potente Stato nello Stato, potrebbe essere un errore in grado di comportare in futuro lo stop di alcuni passaggi verso la pacificazione.