Si parla molto in queste settimane di Tripoli e della Tripolitania, la cui divisione in fazioni e gruppi è causa dell’instabilità del governo di Al Serraj e di scontro con la Cirenaica di Haftar. Si parla invece poco della terza regione storica che compone la Libia, ossia il Fezzan. La sua posizione geografica lontana dal mare, la mancanza di grandi città, eccezion fatta per Sebha, fanno risultare questa porzione del paese quasi marginale. Eppure è qui che si concentrano molti giacimenti petroliferi, al pari di molti dei principali interessi dell’Eni e quindi dell’Italia. 

Mappa Libia (Alberto Bellotto)
Mappa Libia (Alberto Bellotto)

La situazione politica e militare nel Fezzan appare, come nel resto della Libia, ben lungi dall’essere considerata normale. Qui le divisioni non sono soltanto tribali, bensì anche di natura etnica: in questo spicchio di Sahara, vivono sia tribù arabe che di altre etnie. Tra queste spiccano i Tuareg ed i Tebu, questi ultimi di origine etiope e dunque più vicini alle popolazioni sub sahariane che a quelle arabe e berbere. Proprio uno dei capi dei Tebu nei giorni scorsi, in un’intervista rilasciata su Agenzia Nova, ha lanciato l’allarme circa la possibilità di sabotaggio degli accordi inerenti il sud della Libia. 

Gli accordi tra le tribù del Fezzan regolati dall’Italia

A denunciare il possibile sabotaggio è Yousef Cujai. Si tratta di una delle personalità più influenti all’interno della comunità dei Tebu stanziata nel Fezzan, a cavallo tra Sebha ed il confine con il Niger. Il suo riferimento è agli accordi siglati a Roma nel marzo del 2017. A coordinare quegli incontri tenuti nella nostra capitale è stato il ministro degli interni di allora, Marco Minniti: l’obiettivo dichiarato degli accordi è sempre stato quello della pacificazione del Fezzan e di tutto il sud della Libia. Per l’Italia è stato importante mettere su uno stesso tavolo le tribù della zona per almeno tre motivi: gli interessi legati all’Eni, essere Paese capofila nel processo di normalizzazione del sud della Libia, ma soprattutto creare le condizioni per una maggiore sicurezza nell’area e poter quindi controllare il flusso di migranti che ha nel Fezzan uno dei suoi punti nevralgici. 

A mettere le firme su questi accordi sono stati i capi dei Tebu, dei Tuareg, ma anche di tribù arabe quali gli Awlad Suleiman ed i Gaddadfa, la stessa da cui discende la famiglia di Mu’ammar Gheddafi. Inoltre agli incontri tenuti più di un anno fa al Viminale hanno partecipato leader di altre tribù e milizie più piccole. In totale, circa trenta sigle all’epoca hanno preso l’impegno di monitorare al meglio il territorio e di iniziare un percorso di riconciliazione, con al fianco ovviamente l’esecutivo di Al Serraj. Gli accordi hanno retto solo in minima parte, in realtà le ostilità tra le milizie rivali non sono mai del tutto cessate. Ed è su quest’ultimo aspetto che si soffermano i sospetti di Yousef Cujai: “Noi dei Tebu – si legge su Agenzia Nova – Vogliamo maggior sostegno da parte del governo italiano e di Tripoli in modo da far riuscire l’accordo di riconciliazione”. 

“Organizzazioni francesi mirano a sabotare l’accordo” 

Ma il rappresentante dei Tebu va ben oltre, spingendosi nel lanciare precise accuse contro chi, secondo la propria ricostruzione, in questi mesi ha sempre cercato di far naufragare gli accordi di Roma: “Le organizzazioni francesi si muovono in direzione opposta a quella dell’accordo – si legge nella sua intervista – Tengono degli incontri nei Paesi vicini con delle personalità che non rappresentano le tribù e non godono dell’appoggio della popolazione locale, al solo scopo di far fallire gli accordi di riconciliazione. Noi siamo contro questi incontri”. Prova di tutto ciò sarebbe la presenza, tra le altre cose, di una forza francese vicina al confine con il Niger: “Nessuno sa quale sia il suo scopo”, aggiunge infatti Yousef Cujai. 

Le provocazioni che secondo i Tebu vengono compiute anche dai francesi causano ogni giorno scontri e rendono, come afferma lo stesso Cujai, l’accordo di Roma al momento vera e propria “carta straccia”. Parigi quindi, non si limita ad Haftar e Tripoli ma nel braccio di ferro per la Libia con l’Italia avrebbe importanti mire anche nel Fezzan. Del resto, in relazione agli scontri che nelle settimane scorse hanno tenuto sotto scacco proprio Tripoli, in tanti hanno intravisto lo “zampino” del governo di Parigi nell’alimentare la tensione al fine di indebolire Al Serraj e, di riflesso, la posizione italiana. Possibile dunque che nel sud della Libia la strategia francese sia la medesima? 

Cujai, come detto, si dice pronto a rendere vivo l’accordo di Roma ed a cercare una definitiva pacificazione con le tribù rivali, a partire da quella degli Awlad Suleiman. Ma servono, secondo tale rappresentante dei Tebu, precise garanzie: “Chiediamo in primo luogo un maggior sostegno del governo italiano e di Tripoli, in primis per impedire nuovi scontri soprattutto a Sebha”. Ma la chiave della riuscita degli accordi di Roma, consiste anche nello sviluppo: nel Fezzan manca di tutto e le condizioni di vita sono molto difficili e questo facilita, nel breve e nel medio periodo, l’emersione di ulteriori scontri.