Chiuse le porte di Villa Igiea, se è vero che da Palermo non è uscito fuori alcun documento scritto, è altrettanto vero che non mancano elementi positivi che l’Italia può trarre dalla conferenza per la Libia organizzata nel capoluogo siciliano. Roma, come obiettivo primario, già nel momento stesso dell’annuncio della conferenza ha quello di presentare a Palermo tutti i principali protagonisti dell’intricata matassa libica.

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Obiettivo raggiunto ed in grado di mascherare, almeno in parte, il ridimensionamento di un appuntamento che ha visto diversi leader via via ritirarsi. Si è trattata in poche parole di una conferenza di servizio, come del resto l’aveva nominata già qualche settimana fa il ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi. Una conferenza da cui è possibile, ma anche doveroso, ripartire. E questo vale sia per l’Italia e la difesa dei suoi interessi strategici nel paese nordafricano, sia per la stessa Libia. 

Palermo come punto di partenza

Se è vero che i grandi non c’erano, a Palermo però sono atterrate 38 delegazioni internazionali ed alcune di queste erano guidate da capi di Stato e di governo. Non un formato G7 allargato, come forse agli albori della conferenza si sperava, ma nemmeno un appuntamento da prendere con le pinze in previsione futura. Se la scena mediatica è stata tutta a favore di Haftar, nel bene e nel male, i temi toccati sono stati diversi e su alcuni non sono mancati importanti passi avanti. A partire dall’unificazione delle due banche centrali. Il petrolio, i suoi proventi, la gestione dei fondi, nonché lo sblocco (e la spartizione) delle somme della Lia, il fondo istituito da Gheddafi nel 2006, sono la chiave centrale di tutto. Ancora prima delle sceneggiate di Haftar, ancora prima dei posti di potere di questa o quella fazione. 

È da considerare più di un passo avanti il fatto che, proprio di questi argomenti spiccatamente economici, si è esplicitamente fatta menzione. Lo stesso alto rappresentante delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamè, ha pubblicamente affrontato l’argomento in sala stampa nella conferenza congiunta con il premier Conte: “Faremo incontrare i due governatori delle due banche centrali – risponde Salamè a specifica domanda di un giornalista del Sole24Ore – Faremo in modo che i bilanci risultino trasparenti e così si potrà dare serio avvio alle riforme economiche necessarie”. Già martedì mattina a villa Igiea circolavano indiscrezioni circa tavoli tecnici dove diverse delegazioni libiche hanno affrontato spinosi argomenti di natura economica. Non un fatto di secondo piano e questo, probabilmente, potrebbe preparare il terreno per le future conferenze previste. E l’Italia, con l’Eni che riesce a far la voce grossa ed a continuare ad estrarre milioni di barili dalla Libia, da questo punto vista ha motivi per essere ottimista.

L’Italia partiva da zero

C’è anche un altro motivo per il quale è possibile considerare il vertice di Palermo con un’ottica più positiva rispetto ai mezzi passi falsi annunciati alla vigilia. È bene ricordare che in Libia l’Italia ha dovuto recuperare terreno negli ultimi anni. La fine di Gheddafi ha tolto quei rapporti privilegiati tra Roma e Tripoli che hanno permesso al nostro paese di godere per anni di notevoli benefici, non solo nel campo petrolifero ed energetico. Lo smantellamento dello Stato libico, la guerra civile, la frammentazione del paese, sono tutti elementi che non hanno certamente giovato all’Italia. E la risposta non poteva che essere, specie inizialmente, contenitiva: cercare di salvare il salvabile in attesa del superamento della situazione. E così, se Berlusconi ha accettato a malincuore l’intervento Nato per evitare di lasciare da soli francesi ed inglesi i quali avrebbero potuto bersagliare anche i terminal dell’Eni, negli anni successivi si è cercato di salvaguardare soprattutto i nostri interessi in Tripolitania. È lì che abbiamo gli stabilimenti più importanti, è lì che si decide in parte anche la sorte del Fezzan, altra regione dove non mancano insegne del cane a sei zampe della nostra più importante azienda energetica. 

Ma questo ha fatto sì che la posizione italiana fosse limitata all’appoggio dei leader in Tripolitania, circostanza che peraltro non ha permesso la risoluzione nemmeno dell’emergenza migranti, altro tema imprescindibile quando si parla di Libia per l’Italia. Fino a pochi mesi fa Roma aveva rapporti stabili sono con Al Serraj, il cui governo però è sempre stato fragile. La stessa missione Ippocrate, che ha portato nostri soldati a Misurata in funzione anti Isis nel 2016, è stata in realtà da supporto alle azioni americane nell’area di Sirte. Un raggio d’azione limitato dunque. Ma adesso la situazione sembra cambiare. Sfruttando un evidente disinteresse americano sulla Libia, con gli Usa che hanno dato il via libera ad una cabina di regia a guida italiana per il paese nordafricano, Roma ha tratto beneficio da diverse contingenze favorevoli.

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A Palermo quindi, l’Italia non ha fatto semplicemente la padrona di casa di un vertice terminato poi senza nemmeno un documento scritto, ma si è presentata con una sfera di relazioni molto più estese rispetto a soltanto un anno fa. I rinsaldati rapporti con l’Egitto e la Russia, sponsor di Haftar, hanno permesso al nostro paese di interloquire più da vicino con l’uomo forte della Cirenaica. Al tempo stesso il piano Onu che smentisce quello di Macron, ha dato ulteriore autorevolezza alla posizione italiana. Oggi Roma, che riconosce Al Serraj e di cui ne rimane comunque uno sponsor, può parlare con tutti. Un’inclusione che appare come una conquista se si considerano gli ultimi sette anni di storia delle relazioni con la Libia. La strada da fare è ancora molto lunga e non tutto è certamente andato per il verso giusto a Palermo. Ma la salita è appena iniziata e qualche carte in più rispetto ad una Francia oggi più collaborativa certamente possiamo vantarla.