Dal sud della Libia arrivano le grida di protesta di una popolazione sempre più stremata, viste le condizioni che soprattutto nel Fezzan vengono patite dalla fine dell’era di Gheddafi. Sette anni in cui cibo, medicine, servizi basilari, ma anche acqua e carburante appaiono autentiche chimere la cui mancanza provoca condizioni di vita sempre più precarie. Dalla fine della scorsa estate nel sud  della Libia è attivo un gruppo denominato “La Rabbia del Fezzan“, composto perlopiù di giovani che provano ad alzare la voce ed a richiamare le attenzioni dei governi che si contendono il potere in Libia. Il movimento ad inizio dicembre sembra voler alzare il tiro, a seguito dell’insoddisfazione palesata da molti suoi membri circa le risposte provenienti soprattutto da Tripoli. E così, da alcuni giorni a questa parte, la protesta pare essersi spostata presso il campo petrolifero di El Sharara, uno dei più grandi del Fezzan e della Libia. Il giacimento al momento risulta occupato, con la produzione costretta a fermarsi. Da allora è in atto un vero e proprio caso politico, che è riuscito però a mobilitare l’opinione pubblica nazionale.

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L’occupazione del campo di El Sharara

Tutto inizia domenica 9 dicembre, quando la Noc, l’azienda di Stato che gestisce le risorse petrolifere libiche, annuncia lo stato d’allerta per il suo personale nel giacimento di El Sharara. Alcune non meglio precisate milizie risultano occupare il campo, tanto da impedire l’estrazione di greggio. Il presidente della Noc, Mustafa Sanalla, punta il dito contro i membri del Petroleum Facilities Guard, ossia la forza incaricata di proteggere il campo petrolifero. Secondo il numero uno dell’azienda libica, ci sarebbero loro dietro l’occupazione del campo e lo stop alla produzione. Per la Noc si tratta di una perdita economica rilevante, stimata in 315.000 barili al giorno solo da El Sharara, per un valore giornaliero di 32.5 milioni di Dollari di mancate entrate. A questo poi, bisogna aggiungere l’inattività di campi collegati a quello occupato, come ad esempio il giacimento di El Feel. Sanalla invita quelli che definisce miliziani a farsi da parte, garantendo invece il regolare svolgimento delle operazioni di estrazione nel più grande giacimento del Fezzan. “Non accetteremo ricatti”, rimarca Sanalla nella nota della Noc.

Ma a questa presa di posizione, controbattono i giovani del Fezzan. Il gruppo sopra citato, già ad ottobre minaccia di occupare il campo per essere ascoltati dal governo. Poi dopo l’interessamento dello stesso Sanalla, la situazione appare rientrata. Il movimento del Fezzan lancia infatti un ultimatum con delle richieste al governo, le quali puntano ad applicare delle misure volte a rimediare nell’immediato alle estreme condizioni di vita del sud della Libia. Scaduto l’ultimatum, molti cittadini del Fezzan avrebbero in effetti provato ad occupare El Sharara a fine novembre, ma un primo tentativo viene respinto dalle Petroleum Facilities Guard. Le stesse poi, al secondo tentativo dei cittadini del Fezzan, si fanno da parte e lasciano occupare il campo: “Quando il battaglione a difesa del campo petrolifero si è schierato di fronte ai manifestanti, non permettendoci di entrare ad el-Sharara – dichiara a SpecialeLibia Bashir Sheik, uno dei fondatori del gruppo “La Rabbia del Fezzan” – per Sanalla erano suoi eroi, quando le guardie invece si sono trovati di fronte a donne, bambini ed anziani lasciandoli entrare, si sono trasformate in milizie e terroristi. Questo è molto strano”.

Dunque il campo non sarebbe occupato dalle stesse guardie, bensì dai giovani del Fezzan che avanzano richieste specifiche al governo. Secondo la ricostruzione dei fatti narrati da Sheik, le stesse guardie, volendo evitare di usare violenza contro i manifestanti, non si sono mosse a difesa del campo. Da qui l’occupazione e le accuse, a loro rivolte, da Sanalla. Una circostanza comunque da verificare, anche se quanto accaduto dopo e le testimonianze arrivate via social dal Fezzan, sembrerebbero confermare questa versione. A fermare il campo sarebbero quindi i membri de “La rabbia del Fezzan” e questo sta avendo conseguenze politiche in tutto il paese.

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Le proteste in tutta la Libia 

L’occupazione del campo ha già portato ad un effetto mediatico di non poco conto. Lo stop all’estrazione del greggio ad El Sharara infatti, determina in questi giorni reazioni da ogni sponda, sia politica che sociale. Sotto un profilo meramente politico, da Tripoli si registra la netta contrarietà all’azione da parte del vice di Al Sarraj, Ahmed Maitig. Quest’ultimo definisce gli occupanti del campo di El Sharara come “anti patrioti”. Da Bengasi e Tobruk invece, si registrano altre considerazioni. Diversi deputati della Camera dei Rappresentanti infatti, prendono le difese dei giovani del Fezzan invitando anzi le autorità competenti ad adoperarsi per porre in essere misure significative volte a migliorare la condizione della popolazione. Tra questi, il deputato Ali Al Saidi, eletto proprio nel Fezzan, giudica le azioni dei giovani della regione “pacifiche” e vocate alla rivendicazione di migliori condizioni di vita. Anche altri membri della camera di Tobruk promettono un immediato maggiore interesse verso il Fezzan.

Ma è soprattutto sotto il profilo mediatico che la protesta di El Sharara sembra sortire importanti effetti. Nella giornata di venerdì infatti, dopo le preghiere, in varie parti della Libia si è scesi in strada per manifestare solidarietà al gruppo del Fezzan. Da Ghat a Sebha, nel su del paese, fino ad Ubari, così come a Bengasi, Tripoli e Misurata. Centinaia di libici hanno voluto mostrare la propria vicinanza alla protesta, così come anche una solidarietà dettata da comuni sentimenti di stanchezza di fronte al persistere dello stallo politico ed economico in cui versa la Libia. Una solidarietà trasversale dunque, che supera interessi e divisioni tribali ed etniche, oltre che lontananze culturali e geografiche. Non certo un qualcosa di usuale per un paese che nemmeno 42 anni di regno di Gheddafi è riuscito a trasformare in nazione. Qui dove frammentazione e scioglimento di ogni autorità contraddistinguono il panorama socio – politico da sette anni, un primo ritrovato senso di identità e solidarietà comune è una notizia di non poco conto. Soprattutto in vista delle prossime delicate tappe del processo di riconciliazione nazionale.