Un percorso ad ostacoli ed in salita, ricco di insidie e incognite: la conferenza di Berlino non appare certo né di facile riuscita né tanto meno prossima a un significativo successo. Tanti i punti da discutere, tante le situazioni da tirare in ballo, tanti i contesti caldi difficilmente risolvibili nel giro di poche ore di discussione. Tuttavia, nella capitale tedesca saranno presenti tutti i leader più importanti che hanno in mano il dossier libico e che hanno un certo peso nei rispettivi alleati nel Paese nordafricano. E non mancheranno dunque spunti di interesse sul futuro della Libia.
Si arriverà ad un accordo?
Da giorni circola una bozza del documento che in primis le Nazioni Unite vorrebbero far firmare ai due principali contendenti: il premier libico Fayez Al Sarraj da una parte, il generale Khalifa Haftar dall’altra. Si tratta di un documento in cui i principi cardine riguarderebbero l’unificazione delle istituzioni, la creazione di un nuovo governo, partendo dalla base di un rafforzamento della tregua in vigore dallo scorso 12 gennaio. Dunque, a Berlino le Nazioni Unite tramite la propria missione Unsmil punterebbero ad un obiettivo di breve termine, ossia evitare che le armi possano tornare a sparare e congelare di fatto il conflitto, ed un obiettivo più a lungo termine.

E se, con la spinta di Russia e Turchia, nell’immediato potrebbe anche essere possibile evitare nuove escalation della guerra, a lungo termine invece la situazione sembrerebbe più problematica.
Le parti dovrebbero infatti accettare importanti compromessi, a partire dal nuovo esecutivo e da un percorso volto ad unificare anche le forze di sicurezza. Un passaggio questo che Haftar vorrebbe sfruttare per vedere riconosciuto il suo Libyan National Army ed il suo ruolo di capo dell’esercito. C’è poi la questione delle milizie, da disarmare o comunque da non rendere più importanti delle future forze armate poste sotto l’egida dello Stato. Anche in questo caso, occorrerà vedere sia sul piano politico che pratico in che modo sarà possibile arrivare ad una soluzione condivisa da tutti gli attori in campo. Ai sei punti del documento ne è stato aggiunto un settimo, ovvero il divieto di attaccare le strutture petrolifere.
Missione europea in alto mare
C’è poi un altro punto tanto, questa volta tanto caro all’Italia, che potrebbe rischiare seriamente di essere definitivamente accantonato. Riguarda la missione europea da porre sotto l’egida l’Onu, sul modello di quanto fatto nel 2006 in Libano con la Unifil. Una forza di interposizione dunque, in grado di evitare nuovi scontri e contribuire a far ulteriormente congelare il conflitto per avvicinare le parti al dialogo politico. Ma da un lato le resistenze francesi e dall’altro i malumori russi, hanno evitato di far citare la missione nel documento in discussione a Berlino. Numerose fonti diplomatiche, hanno poi riferito nelle ultime ore del fatto che oramai l’idea di una missione sembrerebbe accantonata.
Le resistenze non sarebbero solo politiche, bensì anche di natura pratico – logistica. La Libia non è il Libano, creare qui una forza di interposizione è molto più difficile anche perché, a differenza che nel paese dei cedri nel 2006, i confini e gli attori in campo non sono ben definiti. Per l’Italia, che ha puntato politicamente molto su questa missione, non è propriamente una buona notizia.
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