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A 100 giorni dalle elezioni parlamentari e presidenziali in Libia del 24 dicembre 2021, la situazione nel Paese nordafricano sta assistendo a dei nuovi e rapidi sviluppi dagli esiti ancora imprevedibili. A Tripoli sono ripresi gli scontri armati tra milizie rivali, finora senza vittime, mentre il rilascio di ex esponenti del passato regime, tra cui spicca il nome di Saadi Gheddafi, terzogenito del defunto rais ucciso quasi 10 anni fa, potrebbe aprire la strada alla discesa in campo di Saif al Islam Gheddafi alle presidenziali.

La guerra interna tra il ministro del Petrolio, Mohamed Aoun, e il presidente della National Oil Corporation, Mustafa Sanallah, ha visto il secondo uscire vincitore, ma i blocchi dei terminal petroliferi dell’est rischiano di prosciugare l’unica fonte di reddito di un Paese che vanta le maggiori riserve di petrolio dell’Africa e che fino a dieci anni fa era primo alleato dell’Italia nel Mediterraneo. Intanto, il presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, ha consegnato all’Onu una legge elettorale presidenziale sostanzialmente inaccettabile a Tripoli, firmata solo da lui stesso, con il risultato di aver alimentato le tensioni tra est e ovest. Il tutto sotto al naso dell’impotente inviato Onu, Jan Kubis, ormai in balia delle machiavelliche macchinazioni dei politici libici.

Tensioni a Tripoli

Il 3 e l’8 settembre, curiosamente sempre mentre il premier Abdulhamid Dbeibah era fuori Tripoli, la capitale è stata teatro di scontri tra gruppi armati rivali. In particolare, il ministero della Salute del Governo di unità nazionale della Libia (Gnu) è stato occupato dalla 444ma Brigata, gruppo armato comandato dal capitano Mahmoud Hamza, miliziano seguace dell’Islam salafita in contrasto con l’Autorità di supporto alla stabilità (Ass) di Abdelghani al Kikli, potente signore della guerra libico al servizio del Consiglio presidenziale.

Questo sviluppo segue gli scontri armati tra i due gruppi rivali avvenuti venerdì 3 settembre nella parte meridionale di Tripoli. Scontri legati alla supremazia territoriale in vista delle elezioni dicembre: chi controlla la sicurezza dei seggi può influenzare anche l’esito del voto. Le violenze hanno portato il Consiglio presidenziale libico, in teoria “comandante supremo” dell’Esercito (carica contestata però dal generale Khalifa Haftar), a intervenire per chiedere a tutte le forze coinvolte di “fermarsi immediatamente e a tornare nelle proprie caserme”, mettendo in guardia contro il ripetersi di “tali violazioni”. Gli scontri a Tripoli sembrerebbero essersi fermati, ma la tensione resta alta non solo nella capitale: in altre località della Tripolitania, come Zawiya e Sabratah, le sparatorie sono quasi all’ordine del giorno.

Guerra per il petrolio

I vertici della National Oil Corporation (Noc), l’unica compagnia libica a fornire introiti al Paese membro del cartello petrolifero Opec, sono stati scossi da un terremoto che ha rischiato di far scoppiare il bubbone dell’oro nero. Il ministro del Petrolio e del Gas del governo di unità nazionale libico, Mohamed Aoun, ha cercato di detronizzare Mustafa Sanallah, suo rivale di vecchia data, per insediare al posto di quest’ultimo Jadallah al Awkali, membro del Consiglio di amministrazione in quota Cirenaica. Sanallah non solo non si è dimesso, ma è stato confermato dal premier Dbeibah.

Quest’ultimo sembra godere di una discreta popolarità, anche grazie alla sua politica di stampo “neo-peronista” basata sui sussidi a tutto spiano. Il primo ministro non sembra avere alcuna intenzione modificare l’assetto della compagnia che fornisce reddito al Paese in un momento politico delicatissimo: cambiare ora sarebbe infatti un suicidio politico. Intanto, i manifestanti legati alle Guardie petrolifere libiche dell’est della Libia, milizie incaricate in teoria di proteggere i siti di stoccaggio e i giacimenti, hanno bloccato per alcune ore le esportazioni di idrocarburi in Cirenaica. La situazione sembra essersi risolta nel giro di poco, ma l’episodio evoca ricordi nefasti e la dice lunga sulla precarietà del settore petrolifero libico.

La furbata di Saleh

Una vecchia volpe della politica libica, Aguila Saleh, il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, ha fatto una furbata delle sue. L’anziano leader di Qubbah ha firmato e consegnato all’inviato speciale delle Nazioni Unite, Jan Kubis, una bozza di legge presidenziale (firmata apparentemente solo da lui) sostanzialmente inaccettabile da parte del Consiglio di Stato di Tripoli. L’obiettivo è quello di “smarcarsi” dalla posizione di spoiler del processo politico e allo stesso tempo di far ricadere la colpa dell’eventuale rinvio del voto, che Saleh evidentemente non vuole, sui rivali di Tripoli.

Il silenzio-assenso di Kubis, un omone di due metri con una solida esperienza da inviato Onu in Libano (altra nazione araba sull’orlo del baratro) ma con una scarsissima consapevolezza della scaltrezza libica, evidenzia tutte le difficoltà e probabilmente l’inadeguatezza dell’ex ministro degli Esteri slovacco per un ruolo così difficile. Questa situazione ha spinto gli ambasciatori dei Paesi occidentali del gruppo P3+2 (tre membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Stati Uniti, Francia e Regno Unito, più Italia e Germania) a pubblicare un’articolata dichiarazione per dire che , la Libia deve andare voto, ma no, non può farlo con una legge elettorale scritta esclusivamente per andare allo scontro.

Da segnalare, peraltro, che secondo l’Agenzia Nova  “un Paese in particolare non era d’accordo con la dichiarazione ed era più aperto alla proposta di Saleh, ma poi ha prevalso l’equilibrio”. Potrebbe trattarsi della Francia, che da sempre in Libia mantiene un piede in due staffe? Sia come sia, la situazione oggi in Libia è la seguente: chi è al potere oggi si dice a favore del voto, ma in realtà non ha alcuna intenzione di cedere la poltrona. E la comunità internazionale (Italia in primis) farebbe bene a non farsi prendere in giro.

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