Uno dei tanti motivi per il quale l’Europa è diventata di fatto marginale anche in Libia, sta nei paradossi che solo l’intricata macchina politico/amministrativa dell’Ue è in grado di creare. Primo paradosso: si vuole tornare velocemente protagonisti nel paese nordafricano, magari organizzando una missione per vigilare sull’embargo delle armi, ma tutto viene demandato alle tempistiche (non certo celeri) dei regolamenti comunitari. Secondo paradosso: si vuole dare dell’Europa l’immagine di un attore che torna a far rispettare un accordo in Libia, come nel caso del punto riguardante l’embargo delle armi, e lo si fa però riesumando una missione, quale quella denominata Sophia, che negli anni si è solo rivelata fallimentare.

E poi c’è un terzo paradosso, che riguarda più specificatamente stavolta il nostro paese: si è detto a più riprese, da settembre in poi, che oramai per i migranti che arrivano con le navi militari e con quelle Ong vige il meccanismo dell’accordo di Malta. Quando invece, una volta sollevata la questione su dove dovrebbero approdare eventuali migranti soccorsi dalla “nuova” missione Sophia, in sede europea si è demandato tutto ad appositi nuovi regolamenti.

La “Sophia 2.0” nasce con il piede sbagliato

I paradossi sopra riportati sono emersi nelle decisioni prese nelle scorse ore in seguito alla riunione dei ministri degli esteri Ue, i quali alla fine hanno deciso di tenere a battesimo una nuova missione Sophia. Quest’ultima è l’operazione lanciata nel 2015 con il nome ufficiale di “Eunavformed“, la quale aveva il compito di bloccare gli scafisti e vigilare sull’embargo delle armi imposto nel 2011 alla Libia. Di sbarchi, come sappiamo, ce ne sono stati parecchi, di trafficanti non ne è stato catturato o fermato nemmeno uno, di armi in Libia continuano ad arrivarne in abbondanza. In poche parole, la missione Sophia si è rivelata un fallimento, tanto da essere “declassata” nel 2018 e prorogata senza l’impiego delle navi. Queste ultime, per diversi anni, hanno avuto il mero compito di trasportare diversi migranti salvati nel Mediterraneo in Italia.

Dopo la conferenza di Berlino sulla Libia, è stato stabilito di tornare a vigilare sull’embargo delle armi in Libia. Un modo per ridare all’Europa, come detto in precedenza, anche un minimo ruolo da protagonista nel dossier libico. Il ragionamento che ha portato ai ministri degli esteri dell’Ue di optare per una nuova operazione, ha riguardato in primis la consapevolezza che senza missioni sul territorio si rischia di scivolare sempre più nella marginalità. E questo in considerazione del fatto che la Turchia, ad esempio, nel giro di 40 giorni ha prima firmato un memorandum con il governo di Tripoli e poi ha reso operativa la missione militare a sostegno di tale esecutivo. Per questo, nei giorni precedenti la conferenza nella capitale tedesca, su spinta italiana è stata presa in considerazione l’idea di una missione europea di interposizione lungo il fronte tripolino.

Ma a livello tanto politico quanto forse soprattutto logistico, questa ipotesi non era del tutto applicabile. E così, l’Ue ha scelto di intraprendere la strada di una “Sophia 2.0“. Una strada tuttavia non rapida e né tanto meno facile. Il documento approvato dai ministri degli esteri europei, ha previsto due fasi di avvio della missione: nella prima, il comitato politico e di sicurezza del consiglio Ue dovrà fornire le linee guida operative al futuro capo dell’operazione, nella seconda invece ci sarà una “ristrutturazione” della stessa missione ed il suo cambio di denominazione. Tempi non rapidi per un intervento su cui peraltro non emerge alcun ottimismo: non si vede in che modo una missione che dopo 4 anni è diventata repentinamente superata, adesso sol perché ristrutturata e con un nuovo nome debba rivelarsi un successo.

Il nodo degli sbarchi

C’è poi, come sopra accennato, il nodo degli approdi dei migranti che potrebbero essere intercettati dalle navi della nuova missione Sophia. Fonti diplomatiche italiane non hanno nascosto le preoccupazioni di un ritorno al passato, quando le navi dell’operazione trasportavano solo nei nostri porti le persone salvate in mare. Le stesse dichiarazioni del ministro Luigi Di Maio nei giorni scorsi, hanno fatto trasparire questo tipo di sospetto: “La nuova missione Sophia – ha dichiarato il titolare della Farnesina – Deve essere smontata e rimontata, deve servire ad evitare l’ingresso di armi in Libia per fare in modo che si avvii un percorso politico e nulla più”. Da Bruxelles è emerso come nel documento approvato dai ministri degli esteri, tutto viene demandato ad accordi specifici e norme ad hoc sulla redistribuzione.

Ed è su questo preciso passaggio che viene in mente quanto ripetuto più volte dall’attuale governo italiano, in primis dal ministro dell’interno Luciana Lamorgese, circa la redistribuzione. Quest’ultimo principio, secondo la titolare del Viminale, oramai sarebbe un dato di fatto in Europa grazie all’accordo di Malta. Un’intesa, quella raggiunta tra 4 ministri dell’interno Ue riuniti a La Valletta il 23 settembre scorso, che però non è mai diventata effettiva tanto più che gran parte degli altri colleghi europei l’hanno sostanzialmente snobbata. Quell’accordo ha previsto, in linea del tutto teorica e non vincolante, una redistribuzione automatica per migranti sbarcati da navi militari e da mezzi Ong. Ma se in sede di approvazione di una nuova missione Sophia non si è fatto minimamente cenno a quell’intesa, allora vuol dire che il tanto decantato accordo di Malta non esiste. E che dunque, in questi mesi, quella della redistribuzione ha rappresentato semplicemente un bluff. Un altro paradosso difficile da non notare.

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