Non ha aspettato di arrivare alla Farnesina né di aprire la sala stampa del ministero o di altre sedi governative. Luigi Di Maio, di ritorno dalla Libia, ha voluto incontrare i giornalisti direttamente in aeroporto. La pista di Ciampino sotto i suoi piedi, l’aereo che lo ha appena riportato nella capitale ancora acceso alle sue spalle mentre parla dell’esito della sua visita, uno scenario forse non casuale e ben studiato per dare l’idea della delicatezza della missione che ha appena affrontato. Il palcoscenico è quello ideale: mentre i giornalisti aspettano di sapere le novità emerse dal paese nordafricano. Attese però vane: dalla Libia sono arrivate ben poche notizie di un certo interesse, la visita di Di Maio è stata sì delicata ed importante ma, al tempo stesso, una corsa a vuoto contro il tempo nel disperato tentativo di recuperar terreno.

“L’Italia sostiene una soluzione diplomatica”

Tra i cronisti presenti e tra chi aspettava la conferenza stampa nelle rispettive redazioni, nella serata di martedì è quasi partita una scommessa: “Di Maio parlerà di soluzione politica o userà un’altra espressione?”. Alla fine ha vinto la seconda fazione: “L’Italia sostiene gli sforzi per l’unica soluzione possibile, quella diplomatica” ha dichiarato il ministro durante l’incontro con la stampa a Ciampino. L’unica differenza con i discorsi già sentiti in mattinata e nei giorni scorsi, ha consistito nell’uso del termine “diplomatica” al posto di “soluzione politica”. Nella sostanza, la posizione espressa da Di Maio non è diversa rispetto a quanto già affermato dal premier Giuseppe Conte nelle settimane passate. E del resto non poteva essere diversamente: l’Italia, che pure ha a Misurata 300 soldati, vuole ritagliarsi il ruolo di principale mediatrice.

Un ruolo che all’Europa, questa volta, sta molto bene. Quando a Londra, in occasione del vertice sulla Nato, dal mini summit a quattro (tra Gran Bretagna, Francia, Germania e Turchia) è stato escluso il nostro Paese qualcosa è cambiato. Giuseppe Conte ha provato a minimizzare, parlando di vertice sulla Siria e non sulla Libia, ma il caso è diventato anche politico. E non poteva essere diversamente. Per cui, il presidente del consiglio, scosso anche dalla firma del memorandum tra Al Sarraj ed Erdogan che ridisegna i confini marittimi e rischia di ledere i nostri interessi in Tripolitania, ha chiesto ed ottenuto un altro mini summit, questa volta a Bruxelles. Conte, con la Angela Merkel e con Emmanuel Macron, ha discusso di Libia e del dovere dell’Europa di recuperare quota dopo che Turchia e Russia oramai hanno iniziato a muoversi da padroni della situazione. Germania e Francia hanno voluto in qualche modo rimediare al mini strappo di Londra, affidando all’Italia il ruolo di testa di ponte del vecchio continente in Libia.

Roma cioè, facendo pesare gli storici contatti con i libici ed il fatto che è l’unico Paese occidentale ad avere operativa un’ambasciata a Tripoli, si è guadagnata il ruolo di principale mediatore europeo nella speranza di rimettere in gioco tutti gli attori Ue. Ed è in questo contesto che è nata la visita di Di Maio, il quale ha compiuto lo stesso giro fatto da Giuseppe Conte quasi esattamente un anno fa, il 22 dicembre 2018: prima Tripoli, poi Bengasi ed infine Toburck. Tutto in meno di 12 ore. E tutto per ribadire, alla fine, che l’Italia preme per una soluzione politica. O diplomatica, che dir si voglia. E che l’obiettivo massimo per adesso è quello di convincere le parti a non considerare convenienti ulteriori battaglie e che, soprattutto, è meglio sedersi ad un tavolo. Solo che in Libia di tavoli, negli ultimi otto anni ne hanno visti parecchi. Ed i libici di un’Italia, e di un’Europa, che adesso provano a recuperare terreno stentano a fidarsi.

L’inviato speciale

Le uniche novità emerse dalla conferenza in aeroporto di Di Maio, hanno riguardato due elementi in particolare: l’ammissione di aver perso terreno da un lato, l’annuncio dell’istituzione della figura di inviato speciale dall’altro. Quest’ultimo punto è stato quello che ha destato più curiosità. Il ministro ha assicurato che si sta procedendo già alla scelta del nome, la figura dell’inviato speciale sarà in stretta relazione con la Farnesina e fungerà da raccordo con l’ambasciata italiana a Tripoli.

Un modo per dare l’idea di una vera e propria accelerata, da parte italiana, nel tentativo di recuperare terreno. Ma forse anche, è quello trapelato da ambienti diplomatici, un modo per garantire al più presto l’apertura di un consolato italiano a Bengasi. Annunciato da mesi, con una sede già individuata (lo storico consolato, quello teatro dell’assalto dei manifestanti anti vignette nel 2006, non sarebbe praticabile), dell’iniziativa poi non si è fatto più nulla. Questo perché comunque un consolato sarebbe visto come dipendente da un’ambasciata con sede a Tripoli, città del premier Fayez Al Sarraj e contro cui il generale Khalifa Haftar sta combattendo. L’istituzione di un inviato speciale fungerebbe quindi da garante e permetterebbe di avviare le pratiche per aprire una sede diplomatica italiana in Cirenaica.

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