“We came, we saw, he died”. “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto”. Era il 20 ottobre del 2011 e l’allora segretario di Stato americano, Hillary Clinton, si trovava a Kabul, in Afghanistan. In una pausa fra una serie di interviste televisive, commentava così, sorridendo e parafrasando Giulio Cesare, la notizia della morte del Raìs libico, il colonnello Mu’ammar Gheddafi.LEGGI ANCHE: In Libia inizia la campagna elettorale di HillaryQuel 20 ottobre di cinque anni fa, a mezzogiorno, i ribelli del Consiglio Nazionale Transitorio braccano il Raìs, in fuga da Sirte, la sua città natale. Le immagini della cattura di Gheddafi fanno il giro del mondo. L’ex dittatore libico circondato dai ribelli che lo hanno appena catturato ha lo sguardo spaesato e il volto tumefatto che gronda sangue. Sono gli ultimi istanti della sua vita. Il potente dittatore che fino a pochi mesi prima era il capo della Jamahiriya libica, implora pietà di fronte ai ribelli che lo circondano. Si asciuga la fronte, mostra il palmo della mano insanguinato, mentre da ogni lato continuano ad accanirsi senza pietà sul suo corpo ferito. Morirà poche ore dopo. Forse ucciso con il suo stesso revolver d’oro, raccontano le tv americane mentre annunciano la “liberazione” della Libia.Il mistero sull’uccisione di GheddafiA distanza di cinque anni da quel 20 ottobre, però, le ombre sulla morte del Raìs libico, che prese il potere con un colpo di Stato militare nel 1969, rimangono molte. Come molti restano gli interrogativi sulla vicenda. Secondo la versione ufficiale, infatti, sarebbe stato Omran Shaban, un giovane combattente del Consiglio di Misurata, ad infliggere il colpo mortale al dittatore, dopo averlo scovato in una conduttura, dove si nascondeva assieme al capo delle forze armate lealiste e alla sua guardia del corpo.LEGGI ANCHE: Libia, la nuova meta dei jihadistiSecondo altri testimoni però, ad uccidere il Raìs, sarebbe stato uno 007 francese, infiltrato tra i guerriglieri. Parigi, del resto, aveva tutto l’interesse a chiudere la bocca il prima possibile all’ex dittatore che, nel marzo del 2011, dopo che erano state sganciate le prime bombe francesi su Bengasi, aveva minacciato di rivelare dettagli imbarazzanti sui milioni di dollari versati proprio dal colonnello per finanziare l’ascesa politica dell’allora presidente Sarkozy.banner_cristianiParte della verità sulla vicenda, però, rimarrà sepolta con Shaban. Un anno dopo l’uccisione di Gheddafi, infatti, Shaban morirà, ventiduenne, in un ospedale di Parigi, dopo essere stato seviziato per cinquanta giorni dai suoi rapitori. Un gruppo di miliziani fedeli al colonnello, che lo sequestrarono nei pressi di Bani Walid, nel distretto di Misurata.Tutti gli errori dell’OccidenteCosì, a distanza di cinque anni dalla morte di Gheddafi, l’unica cosa certa è che la Libia, un tempo considerata uno dei Paesi più sviluppati dell’area MENA, si è trasformata in uno Stato fallito. Avamposto dello Stato Islamico nel Mediterraneo centrale, crocevia del traffico di esseri umani dall’Africa sub-sahariana verso l’Europa e terreno di scontro fra tre governi, 140 tribù e almeno 230 milizie. Questo, in estrema sintesi, è il tragico bilancio della rivoluzione del febbraio del 2011. Dopo l’esecuzione di Gheddafi, infatti, non si celebrò il “giorno della liberazione” come annunciavano i cronisti statunitensi, ma venne inaugurata una nuova guerra di tutti contro tutti, che continua ancora oggi, anche e soprattutto per colpa di una serie di valutazioni errate da parte dell’Occidente.L’ammissione di ObamaErrori sui quali è arrivata una prima, parziale, ammissione di colpa, nel marzo scorso, quando il presidente americano Barack Obama, vicino al termine del suo secondo mandato, in un’intervista al settimanale The Atlantic, definì un “disastro” la situazione in Libia, ed un “errore” il suo sostegno all’intervento Nato, voluto dagli alleati di Londra e Parigi. A volere la guerra, per ragioni geostrategiche, fu infatti, soprattutto l’allora presidente francese Sarkozy, che sobillò la rivolta anti-Gheddafi per ottenere il controllo del petrolio libico e per scongiurare la creazione da parte del Raìs di una nuova moneta unica per gli scambi all’interno dell’Unione Africana.Il ruolo della ClintonNel frattempo dall’altra parte dell’oceano, il dipartimento di Stato americano, allora guidato dall’attuale candidata democratica alla presidenza americana, Hillary Clinton premeva per proteggere i rivoltosi a Bengasi. Ed anche a Washington a prevalere fu, infine, la linea dura. La Clinton non fece mancare il suo sostegno all’operazione Nato e il suo appoggio ai leader dei rivoltosi, come Mahmoud Jibril. Ignorando che tra i ribelli potesse esserci pure chi coltivava simpatie jihadiste. Come quelli di Ansar al Sharia, che l’11 settembre del 2012 irruppero nel consolato Usa a Bengasi, uccidendo brutalmente l’ambasciatore americano Chris Stevens ed altri tre cittadini statunitensi.Nel 2011 fu una vera rivoluzione?Così, a cinque anni dalla morte del Raìs, anche i rivoluzionari della prima ora come Naser Seklani, ex deputato libico, tra i primi ad aderire alla rivolta del 2011, oggi si chiedono se quel febbraio di cinque anni fa fu vera rivoluzione? “Siamo stati felici di liberarci di Gheddafi, ma cinque anni dopo cominciamo a chiederci chi realmente abbia portato avanti la rivoluzione e sentiamo che non si sia trattato di una vera rivoluzione libica ma sia stata il frutto di una decisione internazionale”, ha detto Seklani in una intervista rilasciata alla Bbc. “Quello che stanno facendo ora le Nazioni Unite prova questa teoria”, continua Seklani, “perché nelle riunioni che si tengono in questi giorni si sta cercando di imporre persone che vengono da fuori e che i libici respingono perché arrivano per lavorare a favore degli Stati Uniti, dell’Europa, del Qatar e non del popolo”.I frutti avvelenati del caos libicoIl caos libico ha provocato la destabilizzazione dell’intera area sahelo-sahariana. Il conflitto in Mali del 2012 e il rafforzamento dei gruppi jihadisti e criminali operanti nella zona, con i fiumi di armi arrivate nelle mani dei terroristi attraverso i confini porosi del deserto del Sahara, sono solo alcune delle conseguenze della rivoluzione del 2011.I tre governi libiciIn Libia oggi ci sono, di fatto, tre governi. Il governo di unità nazionale di Fayez al Sarraj, appoggiato dalle Nazioni Unite, e l’ex esecutivo islamista di Tripoli, appoggiato da Fratelli Musulmani, Turchia, Sudan e Qatar, che si contendono il controllo della parte occidentale del Paese. Ad est, invece, in Cirenaica, l’esecutivo di Tobruk continua a non riconoscere il governo di Tripoli e l’esercito del generale Khalifa Haftar si è assicurato il controllo della cosiddetta “mezzaluna petrolifera”. A distanza di cinque anni dalla morte dell’ex dittatore, quindi, in Libia non è emerso ancora un leader, che possa essere considerato un interlocutore credibile per l’Occidente e l’Europa. E dall’altra parte del Mediterraneo, continua a regnare il caos.

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