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A meno di un mese alle elezioni presidenziali del 24 dicembre, in Libia regna l’incertezza più totale su chi sarà il prossimo leader nell’ex Jamahiriya di Muammar Gheddafi. L’inviato delle Nazioni Unite Jan Kubis, un omone di due metri dall’aria bonacciona, è riuscito nell’ardua in impresa di vincere l’ambito “Cucchiaio di legno” di peggior rappresentante speciale del segretario generale Onu di sempre dimettendosi dall’incarico il 17 novembre. Non era facile battere la concorrenza di Martin Kobler, il diplomatico tedesco che si fece insultare e filmare dagli emissari dal generale Khalifa Haftar senza nemmeno accorgersene. Già lo scorso 27 agosto su Insideover avevamo predetto che il piano delle Nazioni Unite per portare la Libia alle elezioni faceva acqua da tutte le parti. Eppure non ci voleva una palla di vetro. Il Foro di dialogo politico (Lpdf) aveva fallito miseramente sotto i colpi dei veti incrociati e le bozze elettorali allo studio del Parlamento di Tobruk si sono rivelate per quello che sono oggi: un enorme pasticcio creato al solo scopo di mantenere lo status quo. Lo slovacco Kubis si è fatto fregare dalla scaltrezza dei politici libici e il 10 dicembre dovrebbe passare il testimone al diplomatico britannico Nicholas Kay, a meno che la Russia non ponga il veto al Consiglio di sicurezza. Le Nazioni Unite, in altre parole, sono sul punto di alzare bandiera bianca.

Corsa a ostacoli

La strada verso le elezioni in Libia appare oggi come una frenetica corsa a ostacoli. Il poco tempo disposizione, il complicatissimo processo elettorale, il mancato ritiro dei militari e dei mercenari stranieri e la candidatura di personalità divisive come Saif al Islam Gheddafi e il generale Khalifa Haftar pesano come il macigno sul successo del voto. La Conferenza internazionale sulla Libia voluta a tutti costi dalla Francia lo scorso 12 novembre almeno una cosa buona l’ha fatta, ribadendo l’importanza di tenere elezioni presidenziali e parlamentari libere, eque, inclusive, credibili e soprattutto in simultanea il 24 dicembre 2021. Non era affatto scontato. Secondo quanto riferisce l’Agenzia Nova, l’Italia ha compiuto un mezzo miracolo sventando il tentativo della Francia e dell’Egitto di sdoganare nero su bianco il “voto spezzatino”, con un primo turno delle presidenziali il 24 dicembre e un secondo turno a metà febbraio in concomitanza con le parlamentari. Azzardando un paragone calcistico, sarebbe come giocare la finale di Champions League in due tempi, a distanza di quasi due mesi l’uno dall’altro. Una follia.

La clessidra sta per finire

Una cosa va detta forte e chiaro: la stragrande maggioranza dei libici vuole andare alle elezioni per scegliere i propri leader, nominati fin qui tramite opachi meccanismi escogitati dall’Onu. Lo dimostra l’alto numero di tessere elettorali distribuite in tempo record: oltre 1,84 milioni dall’8 al 24 novembre, circa il 64,3 per del numero totale di elettori registrati. Ed è giusto così: la gente è stanca dello strapotere delle milizie e di una guerra che va avanti a fasi alterne dal 2014, privando i libici delle ingenti risorse naturali che gli spetterebbero di diritto. Ma chi sono i candidati in gara per le elezioni presidenziali? Sono ben 98 gli aspiranti capi di Stato che hanno depositato la documentazione presso i centri dell’Alta commissione elettorale (Hnec) a Bengasi (est), Sebha (sud) e Tripoli (ovest). Ma attenzione: la presentazione delle candidature non significa nulla. Prima è necessario che le autorità competenti facciano verifichino la fedina penale e la posizione fiscale dei candidati. E per l’ufficialità bisognerà poi attendere altri 12 giorni per i ricorsi e appelli.

I candidati in corsa

Dei 98 candidati in corsa, i più accreditati per andare al ballottaggio (salvo squalifiche eventuali) sono principalmente due. Il primo è Saif al Islam Gheddafi, il secondogenito (di otto figli) del defunto colonello Muammar Gheddafi, ricercato dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra, già condannato a morte dai tribunali libici con sentenza poi annullata da un’amnistia del Parlamento di Tobruk nel 2015. Il secondo è il premier del governo ad interim di unità nazionale della Libia, Abdulhamid Dbeibah. Rampollo di un potente clan di Misurata, la potente “città-Stato” della Tripolitania, il capo del governo uscente è riuscito in questi pochi mesi al potere guadagnare consensi grazie ad un mix di welfare assistenziale, sussidi e propaganda. La strada di Dababia verso l’elezione sembra essere spianata, nonostante e accuse di corruzione e le astruse regole in base alle quali avrebbe dovuto dimettersi entro il 24 settembre, tre mesi prima della data delle elezioni.

C’è poi il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica con passaporto Usa che ha tentato di conquistare Tripoli con la forza nell’aprile 2019 senza però riuscirci. Una sua elezione appare ad oggi alquanto improbabile se non altro per una questione demografica: i suoi sostenitori sono fanno parte dei clan e delle milizie della Cirenaica, dove risiede appena un terzo della popolazione libica. Si è candidato inoltre il presidente del parlamento, Aguila Saleh, vecchia volpe dell’arena politica libica e grande architetto delle leggi indegne con cui i libici saranno costretti a votare turandosi il naso. E’ in corsa per ora anche l’ex ministro dell’Interno Fathi Bashaga, uomo forte di Misurata malvisto dalle milizie rivoluzionarie di Tripoli ma apprezzato dalla Fratellanza musulmana. E poi ancora si sono candidati l’ex vicepresidente Ahmed Maiteeq, imprenditore di Misurata che parla fluentemente l’italiano, autore del primo grande riavvicinamento tra est e ovest che ha sbloccato i porti petroliferi nel 2020, e Aref al Nayed, personaggio pubblico in Cirenaica, vicino al generale Haftar, ma con entrature in Tripolitania grazie alla tribù Warfalli a cui appartiene.

Da win-win a lose-lose

Le dimissioni di Kobler, tuttavia, gettano un’ombra inquietante sul futuro della Libia. L’impressione è che da win-win, come doveva essere inizialmente, il processo elettorale sia ormai diventato lose-lose, cioè una situazione in cui tutti ci perdono. Se si vota con la modalità “spezzatino” il rischio è quello che le parlamentari non si facciano mai e che il voto venga comunque contestato dall’Alto Consiglio di Stato, il “Senato” di Tripoli dominato dagli islamisti. In un Paese normale, del resto, prima si pongono le basi dello Stato con una Costituzione, poi si fanno le elezioni. Ma la Libia non è affatto un Paese normale e ce lo ricordano gli stivali dei mercenari stranieri ancora ben piantati sulle sabbie del deserto libico. Forzare il voto – con una vittoria ad esempio di Dabaiba – rischia però di creare uno scenario simile 2014, quando da un’elezione contestata scoppiò la guerra civile. Forse rimandare le elezioni di qualche mese potrebbe essere la decisione più saggia, ma l’impressione è che si sia ormai oltrepassato il punto di non ritorno.

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