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C’era una volta la Libia di Muammar Gheddafi, un Paese ricco di petrolio, gas, quote azionarie di banche e industrie occidentali ma soprattutto ingenti quantità di oro. Talmente tanto oro che il colonnello aveva pianificato un piano tanto ambizioso quanto pericoloso: creare una valuta panafricana in grado di soppiantare il Franco delle colonie francese (Cfa). Di quanto oro stiamo parlando? Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, nel 2011 le riserve auree della Banca centrale libica ammontavano a circa 144 tonnellate d’oro: un valore pari a circa 6,5 miliardi di dollari. L’intervento armato spinto soprattutto dalla Francia di Nicolas Sarkozy pose fine al regime e alla vita di Gheddafi, braccato dall’intelligence francese e ucciso il 20 ottobre 2011 da alcuni ribelli nella sua roccaforte, Sirte. Secondo un rapporto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2017, prima della sua fine Gheddafi riuscì a spostare denaro, diamanti e lingotti d’oro per oltre 8 miliardi di dollari in Paesi come il Burkina Faso, il Kenya e il Sudafrica. Parte di queste ricchezze sono state riconsegnate, ma il vero tesoro è un altro: si tratta della Libyan Investment Authority (Lia), un maxi-fondo sovrano del valore totale stimato in 67 miliardi di dollari.

Il maxi-fondo bloccato dall’Onu

L’Autorità per gli investimenti libica esiste ancora oggi, ma le cose sono cambiate rispetto a dieci anni fa. Diverse importanti partecipazioni, tra cui il 7 per cento circa di UniCredit (Lia + Banca centrale) che dava addirittura diritto a un vicepresidente, si sono via via diluite e alcuni investimenti sono come evaporarti. Come quasi tutte le istituzioni libiche, oggi la leadership della Lia è contesa fra le autorità di Tripolitania e Cirenaica, anche se la maggior parte degli asset sono sotto il controllo dell’amministratore delegato nominato dal Governo di accordo nazionale di Tripoli, Ali Mahmoud Hassan. Il fondo sovrano è sotto regime sanzionatorio dal marzo 2011, quando era ancora controllato dalla famiglia Gheddafi, e i suoi investimenti sono teoricamente congelati. Eppure tra i 3 e i 5 miliardi di euro sono ugualmente finiti nelle tasche delle milizie per almeno sette anni, stando a un’inchiesta dell’emittente belga “Rtbf”. Si tratterebbe dei profitti maturati dalle partecipazioni azionarie della Lia e gestiti dalla banca belga Euroclear. Secondo l’interpretazione dei libici, infatti, il blocco riguarderebbe solo i fondi e non gli interessi maturati. Ma gli esperti dell’Onu la pensano diversamente e le autorità del Belgio sono state costrette a interrompere il flusso di denaro e a fornire spiegazioni.

Un “mostro” con 500 teste

La Conferenza di Berlino auspicava ormai un anno fa “’l’integrità e l’unità della Lia, anche attraverso una revisione globale credibile delle sue filiali”. La scorsa estate, il fondo libico aveva chiesto degli “aggiustamenti” delle sanzioni per investire almeno una parte dei fondi congelati, lamentando ingenti perdite dovute alla volatilità dei mercati durante la crisi del coronavirus. L’Onu, da parte sua, chiede maggiore trasparenza non solo degli investimenti internazionali, ma anche nelle innumerevoli ramificazioni della Lia. Secondo Tim Eaton, Senior Research Fellow, Middle East and North Africa Programme del centro studi britannico Chatham House, l’Autorità per gli investimenti libica vanta ben circa 550 sussidiarie, molte delle quali con i propri Consigli di amministrazione. “E’ una vera e propria ‘piovra’ con tutti i tipi di investimenti in banche europee, hotel in Africa, investimenti in Svizzera e conti offshore”, ha spiegato l’esperto ad Agenzia Nova. “Diversi asset continuano a funzionare e a operare al di fuori del blocco Onu. Si tratta di una cifra importante, ma sconosciuta, che non sarà chiara fino a quando la Lia non rivelerà la sua valutazione delle attività. Alcuni stimano il valore delle filiali intorno ai 25 miliardi di dollari”, ha aggiunto Eaton, che pubblicherà a breve un report su questo tema.

Prospettive di riunificazione

Intanto la Lia sta cercando di fare dei passi in avanti verso la revisione dei conti, passaggio comunque indispensabile per rimuovere le restrizioni internazionali. Un accordo per verificare il bilancio del 2019, ad esempio, è stato recentemente raggiunto con Ernst & Young. Basterà a convincere l’Onu a sbloccare i beni? Molto probabilmente no. La verità è che senza un accordo politico per la riunificazione della Libia – un Paese de facto diviso fra Tripolitania (ovest) e Cirenaica (est), con il Fezzan (sud-ovest) a sua volta frazionato in municipalità che sostengono talora le autorità di Tripoli, talora il governo non riconosciuto di Bengasi – è prematuro parlare di un ripristino maxi-fondo libico. Per quanto la Lia si professi un’autorità indipendente, nella Libia di oggi falcidiata da lunghi anni di conflitti, dove i proventi petroliferi sono ancora bloccati, il tesoro di Gheddafi fa gola a molti. Il rischio che questi fondi vengano risucchiati in un vortice corruzione e guerra, invece che nella disponibilità del popolo libico, è ancora molto alto.

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