Non si respira una bella aria per le nostre forze di sicurezza impegnate in Libia. La preoccupazione gira da diversi giorni negli ambienti diplomatici, ma è stata confermata anche nelle scorse ore nel corso di un’audizione al Copasir del numero uno dell’Aise, Luciano Carta. In questa sede la sicurezza dei nostri uomini in Libia, dalle forze di intellingence ai soldati, è stata passata al setaccio dopo gli ultimi segnali arrivati sopratutto da Tripoli. Un elemento di non poco conto in vista anche della possibile missione europea, sotto egida Onu, a cui l’Italia dovrebbe partecipare e di cui si discuterà già nella oramai prossima conferenza di Berlino.

I segnali negativi provenienti dalla Libia

La presenza degli italiani in Libia ha sempre spaccato l’opinione pubblica del paese arabo. E questo per via del retaggio storico che vede Roma quale ex forza coloniale della Libia. Muammar Gheddafi, nel corso dei suoi 42 anni di potere, a volte ha cavalcato i sentimenti di ostilità anti italiani per provare a rinsaldare le ideologie panarabe e panafricane inseguite dalla Jammairiya. L’8 ottobre era la “giornata dell’odio” contro gli italiani, celebrazione fissata nella data in cui Gheddafi ha espulso nel 1970 tutti i nostri connazionali presenti in Libia. Poi, dopo la firma del trattato di amicizia, quella giornata è stata tolta e l’Italia tornava ad essere ben vista anche dalle autorità del passato regime libico. Ma la popolazione per la verità, già da tempo vedeva nel nostro paese un riferimento. Quando il 9 luglio 2006 l’Italia ha vinto il mondiale, come ricordato nelle sue memorie dall’allora ambasciatore Trupiano, la gente è scesa in strada per festeggiare anche a Tripoli, con un certo imbarazzo da parte dello stesso Gheddafi.

I nostri rapporti con la Libia e con i libici sono dunque sempre vissuti sul filo dell’ambiguità: basta poco per fare dell’Italia un importante riferimento culturale ed a volte anche di costume, ma basta ancora meno per trasformarci agli occhi dei libici come ex dominatori. Nel 2018 in alcuni muri di Tripoli, sono comparse scritte contro Giovanni Caravelli, uno degli uomini più impegnati in Libia in qualità di vicedirettore Aise. Nelle ultime settimane la situazione da questo punto di vista è peggiorata. In ambienti diplomatici si parla sempre più insistentemente di italiani visti in chiave negativa, un sentimento ostile manifestato sia nei confronti di semplici dipendenti che dei militari. L’Italia, in particolare, è giudicata in questo momento “ambigua” per non aver fornito il supporto sperato al governo di Al Sarraj. La strategia dell’imparzialità ha donato una cattiva immagine al nostro paese in Tripolitania e questo rischia di complicare e non poco lo scenario.

Le preoccupazioni dell’Aise

Come detto, di questo argomento se n’è parlato e discusso al Copasir nel corso di un’audizione del numero uno dell’Aise, Luciano Carta. I deputati della commissione hanno avuto il quadro della situazione sotto questo fronte. E non sono mancate le preoccupazioni, peraltro in una giornata, quale quella di martedì, in cui da Il Cairo il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha parlato della possibilità dell’arrivo di militari nell’ambito della missione europea di cui si discuterà nella conferenza di Berlino. Militari che arriveranno in Libia “ma solo in condizioni di sicurezza”, ha tenuto non a caso a specificare lo stesso premier.

Si dovranno dunque valutare, nelle prossime settimane, le varie opzioni da mettere sul campo per evitare problemi all’incolumità sia di chi è impegnato adesso e sia di chi lo sarà nelle prossime settimane. Intanto, come si è appreso da La Verità, nel corso dell’audizione al Copasir dello stesso Luciano Carta si è parlato anche della nomina dell’inviato speciale italiano per la Libia. In lizza sempre i nomi dell’ex ministro Marco Minniti e dell’attuale presidente dell’Ispi, Giampiero Massolo.