diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Le armi dettano ancora i ritmi di un contesto libico dominato dalla battaglia per Tripoli, che oramai entra nella sua terza settimana: sono infatti passati più di 20 giorni da quando, lo scorso 4 aprile, Haftar decide di lanciare il suo Lna verso la capitale del Paese nord africano. Pur tuttavia, sull’altra sponda del Mediterraneo l’Italia prova a comporre un complicato puzzle diplomatico con tutti i principali attori interni ed internazionali coinvolti nello scacchiere.

Sospettosa delle azioni francesi, costretta ad aspettare un maggiore interventismo da parte americana ed a subire le iniziative delle petromonarchie, Roma prova comunque a mandare avanti un’azione diplomatica importante forte dei buoni rapporti con molte delle parti chiamate in causa.

La visita a Roma di Salamé

Nella giornata di mercoledì, nella capitale arriva l’alto rappresentante delle Nazioni Unite per la Libia,Ghassan Salamé. Il suo appare, come scrive l’Huffington Post, come un tentativo di “farsi adottare” dall’Italia. Il piano da lui elaborato e presentato a novembre al consiglio di sicurezza dell’Onu a poche ore dal vertice di Palermo, naufraga sotto i colpi delle armi. Il 14 aprile a Ghadames avrebbe dovuto essere organizzata la conferenza nazionale, l’appuntamento che nella road map dell’Onu appare come evento propedeutico alle elezioni: “Ma non si può dialogare mentre si bombarda”, ammette mestamente Salamé. Niente conferenza, niente prosecuzione di un piano figlio di mesi di colloqui retti anche dall’appoggio italiano alle Nazioni Unite.

Forse per questo che il rappresentante Onu, “orfano” del suo piano, decide di incontrare il responsabile della nostra diplomazia: alla Farnesina infatti, Salamé parla con Enzo Moavero Milanesi ed al termine del colloquio i due in conferenza stampa provano a tracciare un bilancio di ciò che ancora è salvabile. Del resto, è proprio questa l’espressione che Salamé usa dinnanzi i giornalisti: “Nulla è perduto, stiamo cercando di salvare il salvabile”. Il diplomatico libanese cerca e trova la sponda italiana: in questi giorni le Nazioni Unite sul campo provano a mediare, ma a livello diplomatico l’azione della missione Onu sembra la più penalizzata dal fragore delle armi.

Salamé ha quindi bisogno dell’Italia e della sponda romana per rilanciare quel percorso che ad un certo punto, dopo il vertice di Palermo, appare come l’unico in grado di portare realmente alla stabilizzazione della Libia. E da parte sua, Moavero prova a far mantenere in vita il piano Onu, concordando sul fatto che la conferenza di Ghadames è solo rinviata e non annullata. I due in sala stampa alla Farnesina, parlano poi del rischio terrorismo e di quello relativo ai possibili sbarchi di migranti che, secondo Salamé, appare però autentica “ossessione”. Il perno dell’incontro però, riguarda il fatto per l’appunto che l’Italia nella sua azione diplomatica appare pronta a rianimare quel piano Onu colpito quasi mortalmente dagli scontri scoppiati lo scorso 4 aprile.

Gli altri incontri di Moavero alla Farnesina

Ma quella del ministero degli Esteri appare un’agenda molto frenetica: in questi giorni, in Italia arrivano praticamente tutti i principali attori impegnati in Libia. Da quelli interni, a partire dal vice premier Maitig, fino a quelli stranieri: se la scorsa settimana è la volta del ministro degli esteri del Qatar, il cui governo sostiene Al Sarraj, a cavallo di Pasqua è un via vai continuo di altri rappresentanti internazionali. Il 19 aprile tocca al ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, il cui colloquio viene giudicato da Moavero come “molto cordiale”, nei giorni successivi alla Farnesina arriva il ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, alleato di ferro di Haftar. Sempre dal ministero degli esteri, fanno sapere che a Roma si è tenuta anche una riunione sulla Libia tra rappresentanti di sei paesi, oltre l’Italia, tra cui anche Usa e Regno Unito.

Roma prova a recuperare il terreno perduto, approfittando anche dello stallo militare a sud di Tripoli dove il fronte appare oramai fermo e stabile nonostante i combattimenti proseguano. In attesa di capire se e quando le armi torneranno a tacere, l’Italia prova a ritagliarsi il suo ruolo diplomatico ed a spianare la strada quando ai raid aerei si sostituiranno i tavoli politici.