Non è certo un risveglio facile per Tripoli e per la Libia quello di questo giovedì. Il “day after” della conferenza di Palermo ha significato la ripresa di scontri, sia politici quanto militari. Al rientro dalla Sicilia, le delegazioni che il 12 ed il 13 novembre scorso hanno partecipato al summit hanno avuto il loro bel da fare tra dichiarazioni, prese d’atto, smentite e, come detto, anche scontri. Una situazione difficile, non certo quella auspicata dall’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamé, il quale nella conferenza stampa finale a Palermo ha parlato della necessità di portare avanti il piano dell’Onu.
Al Serraj pronto a dialogare con Haftar
“Siamo divisi sull’esercito, ma possiamo lavorare insieme“, è la dichiarazione più eclatante che emerge dall’intervista rilasciata, mentre era ancora a Palermo, da Al Serraj a Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera. Il premier di Tripoli sembra tendere, da questo punto di vista, una mano. L’incontro che si è svolto tra i due più rappresentativi esponenti libici a villa Igiea, potrebbe aver aperto un varco importante nel muro che spesso si è anteposto tra i due. “Io vedo dei passi avanti – aggiunge ancora Al Serraj – A noi libici però adesso serve una Costituzione”. Il leader del governo di transizione, riconosciuto dall’Onu e dall’Italia, torna a Tripoli dopo aver incassato il suo obiettivo minimo: rimanere in sella all’esecutivo. Un elemento questo che soltanto a settembre, specie durante gli scontri di Tripoli, è sembrato ad un certo punto molto lontano dalla sua portata.
Al Sarraj sa che non è l’unico attore della Tripolitania, sa bene che in caso di attuazione reale del piano Onu il suo nome potrebbe sparire dal calderone politico libico, così come sa bene che poco fuori dal suo palazzo presidenziale per camminare in sicurezza a Tripoli deve sottostare al ricatto di decine di milizie. Ma di lasciare improvvisamente gli ormeggi il premier libico non ne vuol sapere: Al Sarraj vuole, quanto meno, traghettare la sua (piccola) fetta di Libia fino alle elezioni. Ecco perchè la frase esclamata da Haftar a Palermo, secondo cui non è un bene cambiare il cavallo quando si è in mezzo al guado, per l’attuale premier è il disco verde per poter permettersi determinate aperture. Un ottimismo, quello di Al Serraj, che però cozza con la cruda realtà di queste ore.
Reazioni di segno opposto da Tobruck: “Non parteciperemo alla conferenza di gennaio”
Proprio mentre a Tripoli si sta cercando di capire la situazione a seguito degli scontri attorno l’aeroporto, da Tobruck arrivano notizie ancora meno rassicuranti. Il parlamento che ha sede in questa città della Cirenaica e che costituisce l’architettura politica delle azioni del generale Haftar, respinge con forza l’idea di partecipare ad una conferenza a gennaio. Si tratta di un duro colpo al piano di Salamè, che vede invece nella conferenza un punto importante prima di organizzare le tanto attese elezioni entro la prossima primavera. In una nota dei deputati dell’assemblea, vengono al momento bocciate le conclusioni del vertice stilate da Palazzo Chigi poche ore dopo la chiusura dei cancelli di villa Igiea.
Ma la sensazione è che, ancora una volta, lo scontro sia più sul filo della retorica che sulle concrete intenzioni reali della parte in questione. Nella nota in cui si bocciano i punti usciti fuori dal vertice di Palermo, si fa riferimento infatti al mancato rispetto degli accordi di Skhirat, gli stessi che però vengono giudicati da mesi come superati od addirittura illegali da molti parlamentari di Tobruck. Anche Haftar non ha mai mancato di criticare quegli accordi, difficile capire dunque la reale portata della nota dell’assemblea con sede in Cirenaica. Potrebbe forse essere un altro “capriccio” del generale e dei suoi fedelissimo, uno dei tanti visti in questi giorni a Palermo sotto il profilo soprattutto mediatico.
Calma apparente a Tripoli
A questi screzi, bisogna aggiungere i sopra citati scontri nei pressi dell’aeroporto della capitale. A Tripoli si è vissuta una mattinata dove, a rincorresi, sono state numerose notizie sulla sorte dello scalo internazionale. Prima la rivendicazione da parte della Settima Brigata del controllo della strada per l’aeroporto, poi la conferma invece dell’indietreggiamento del gruppo alle posizioni tenute fino a ieri. A far aumentare la confusione anche le dichiarazioni di molti esponenti della brigata Al Samud, la quale fa capo al misuratino islamista Salah Badi, secondo cui l’aeroporto era sotto il loro controllo. Ma alla fine adesso sembra regnare una relativa calma sia nei quartieri attorno la struttura, così come nel resto di Tripoli.
La Libia è fondamentale per la sicurezza dell’Italia.
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Quel che è certo però, complessivamente, è che la strada per il piano dell’Onu è tutta in salita. Tra aperture vere o presunte, scontri di media o bassa portata, la Libia che si è risvegliata dopo il vertice di Palermo sembra ancora non avere i giusti anticorpi per respingere i singoli protagonismi e far decollare il processo di riconciliazione.