Le ore immediatamente successive alla conferenza di Berlino, hanno prodotto un “ritorno di fiamma”, un’improvvisa vampata di interesse verso un qualcosa che sembrava quasi dimenticato: la missione Sophia. La sua denominazione ufficiale è Eunavformed, il suo scopo quello di pattugliare il Mediterraneo per evitare nuove tragedie dell’immigrazione e per scongiurare la violazione dell’embargo sulle armi in Libia. La storia, prima ancora che le recenti vicende politiche, ha già scritto l’esito di questa missione: nel mare nostrum si è continuato a morire, in Libia le armi sono continuate ad arrivare. Eppure adesso, molti rappresentanti della diplomazia europea si stanno riscoprendo sostenitori dell’operazione, folgorati lungo la via di Berlino che, per la verità, sulla Libia non ha prodotto significativi risultati sul piano tanto pratico quanto politico. 

Tutti d’accordo su Sophia

A Bruxelles in questo lunedì è in corso il consiglio dei ministri degli esteri europei. Per qualche ragione, in questa sede viene salutato positivamente l’accordo sulla Libia raggiunto a Berlino. In particolare, in tanti hanno esaltato il raggiungimento di un cessate il fuoco ed il rispetto del principio dell’embargo sulle armi. Ma lo stop ai combattimenti era già in vigore a partire dallo scorso 12 gennaio, ottenuto peraltro con la mediazione russo – turca e con l’Europa rimasta ai margini, mentre l’embargo era già stato fissato dal consiglio di sicurezza Onu nel 2011. A Berlino, di fatto, è stato semplicemente scritto su carta l’auspicio politico che, almeno sulla tregua e sul divieto di ingresso delle armi, possa esserci una certa convergenza. E nulla più.

Ma tanto è bastato a molti ministri europei per tirare fuori dal cassetto la missione Sophia. Nata nel 2015 e svolta con il contributo di diversi paesi Ue, nel corso degli anni ha mostrato una certa inadeguatezza. Tanto che, a partire dallo scorso anno, le proroghe date alla missione (l’ultima scade a marzo) hanno riguardato l’utilizzo solo di mezzi aerei e non navali. Eppure, un’operazione già nei fatti fallita adesso viene vista come strumento per realizzare, nei prossimi mesi, ciò che non è stato fatto in 5 lunghi anni. Ossia, in primo luogo, vietare l’arrivo di nuove armi verso la Libia.

Su un sostanziale ripristino della missione Sophia si è detto possibilista l’alto rappresentante per la politica estera europea, Josep Borrell: “Penso che dobbiamo ripristinarla”, ha dichiarato il diplomatico spagnolo una volta giunto a Bruxelles in questo lunedì mattina. Ma è lunga la sfilza di coloro che, più o meno improvvisamente, si sono adesso ricordati della missione Sophia. Dal ministro degli esteri finlandese, Pekka Haavisto, a quello lussemburghese Jean Asselborn, il quale ha puntato il dito contro l’ex ministro dell’interno italiano Matteo Salvini: “Colpa sua se la missione Sophia è stata distrutta”, ha tuonato il rappresentante del granducato. Anche la Repubblica Ceca si è espressa a favore di un ritorno alle origini della missione. Tutti paesi del nord Europa o comunque distanti dal Mediterraneo che, in caso di ripristino dell’operazione, non subirebbero alcuni degli effetti collaterali di Sophia: ossia, il possibile aumento di sbarchi lungo le coste dei paesi mediterranei, Italia in primis.

Perché la missione Sophia era stata accantonata

Nessuno infatti, tra chi si è riscoperto fautore della missione in nome di un embargo che la stessa operazione non è mai riuscito a controllare, ricorda quanto accaduto nel nostro paese negli anni dell’emergenza immigrazione. Le navi di Sophia, poste non lontane dalla Libia ma in acque internazionali, più che vigilare su armi in transito o su movimenti di scafisti e trafficanti, si sono trasformate in mezzi di salvataggio per barconi in difficoltà. Sapendo della presenza delle navi dell’operazione, molti scafisti hanno fatto salpare dalla Libia diverse imbarcazioni ed i mezzi militari di Sophia non potevano certo esimersi dal soccorrere chi rischiava di annegare. Ed i migranti, una volta recuperati a bordo, venivano portati soprattutto in Italia.

La missione Sophia ha avuto un ruolo, se non di primo piano, comunque non indifferente nell’aumento degli sbarchi nel nostro paese negli anni delle emergenze. In tanti hanno accusato l’Italia, in particolar modo l’ex ministro Salvini ma anche il predecessore Marco Minniti, di aver decretato la morte della missione ed il suo ridimensionamento. In realtà, al netto dei problemi creati al nostro paese ed alle posizioni politiche espresse poi in Italia, l’operazione Sophia semplicemente non è stata in grado di risolvere i problemi per la quale era stata ideata. Come detto ad inizio articolo, dal 2015 in poi nessuna attività illecita dei trafficanti è stata fermata, nessun arma destinata in Libia è stata bloccata. La missione semplicemente non ha funzionato. E non si vede come adesso, sulla base di un accordo la cui tenuta è tutta da verificare, improvvisamente Sophia possa diventare la soluzione ad anni di negligenze e fallimenti.