Pur se fuori dai riflettori dei media internazionali, al contrario di Tripoli e della Cirenaica, il Fezzan è una parte importante della Libia e la situazione appare sempre più grave. Nel sud del paese, tra dune che da secoli segnano le carovane del deserto ed oasi disperse verso i confini con Niger ed Algeria, il contesto è forse più drammatico che in Tripolitania. Qui manca tutto, lo hanno più volte segnalato i principali attori della zona. Dal sindaco di Sebha, città più importante della regione, ai leader Tebu, in tanti sottolineano le drammatiche condizioni umanitarie e di sicurezza del Fezzan. A lanciare un nuovo grido d’allarme nei giorni scorsi è il leader dei Tuareg. Si tratta di Moulay Kamidi il quale, in un’intervista rilasciata ad AgenziaNova, rilancia richiede d’aiuto dirette in alcuni casi anche verso l’Italia. 

Chi sono i Tuareg

Popolo berbero, in gran parte nomade, risulta molto legato al deserto ed alle sue tradizioni. I Tuareg vivono in Libia, ma anche nel confinante Niger e nel Mali. Proprio in questo paese alcuni gruppi legati ai Tuareg hanno dichiarato l’indipendenza da Bamako proclamando la nascita dello Stato tuareg dell’Azawad, poi crollato sotto i colpi dei gruppi jihadisti della zona e successivamente ripreso (ma con fatica) dalle autorità maliane. I Tuareg in Libia hanno un ruolo importante: stanziati in gran parte nel sud del paese, il loro apporto alla sicurezza del paese può essere importante, in quanto potrebbero controllare i traffici illeciti provenienti dall’Africa sub sahariana. 

Non a caso alcuni loro rappresentanti a Roma, nel marzo del 2017, hanno siglato su proposta dell’allora ministro dell’interno Marco Minniti un accordo con altre tribù ed altri gruppi del Fezzan. Tra questi i Tebu, popolazione anch’essa in gran parte nomade stanziata nel sud della Libia. Di origine etiope, spesso i Tebu sono entrati in passato in contrasto con i Tuareg e la situazione è ovviamente peggiorata dopo la caduta di Gheddafi. Altre tribù della zona sono gli Awlad Suleiman ed i Qadhadhfa, di origine araba con quest’ultimi importanti anche per essere la tribù originaria di Muhammar Gheddafi. 

I Tuareg rivendicano un posto di primo piano nella gestione della sicurezza del Fezzan e del sud della Libia ma, al tempo stesso, con il loro leader sottolineano a gran voce l’importanza di intervenire al più presto nella regione. Gli scontri di Tripoli incidono anche da queste parti e non fanno che creare maggiore preoccupazione, anche sul fronte della sicurezza. “La situazione della sicurezza nel sud, oltre alla situazione presso i confini con i paesi africani vicini, è molto negativa da tutti i punti di vista”, dichiara proprio Moulay Kamidi. Il leader Tuareg poi prosegue: “Sappiamo che le tensioni nel sud e in particolare a Sebha sono causate dall’infiltrazione di gruppi armati ciadiani e sudanesi che vengono dall’estero e che hanno preso il controllo di alcune regioni e strade per compiere rapine, rapimenti, traffici illeciti e omicidi sfruttando la mancanza di sicurezza”. Tra questi traffici illeciti, pur se non menzionato, vi è anche quello di esseri umani e dunque subentra anche il problema dell’immigrazione.

La richiesta all’Italia

Kamidi, nel corso del suo colloquio con AgenziaNova, fa riferimento al contesto internazionale che ruota attorno alla regione del Fezzan: “Sappiamo che ogni paese fa i suoi interessi in Libia, specialmente nel sud. Abbiamo rapporti con la Francia e con qualsiasi altro paese o organizzazione che voglia dare sostegno alle nostre richieste. Siamo al corrente della rivalità tra paesi stranieri nel sud della Libia”. Non è dunque un mistero per i Tuareg che esiste un braccio di ferro tra paesi stranieri, in primis tra Roma e Parigi. Ma è all’Italia che Kamidi avanza specifiche richieste. “Abbiamo discusso con il governo italiano – dichiara infatti Kamidi – della creazione di un presidio militare nel sud della Libia, ma al momento non ci sono le condizioni per farlo. La situazione umanitaria e di sicurezza è molto grave e non possiamo accettare una presenza senza cambiare questa situazione. Aspettiamo la posizione del nuovo governo di Roma su questo argomento”. 

Dunque viene in primo luogo confermata l’ipotesi di una missione italiana nel sud del paese, di cui si è parlato anche nelle settimane passate, ma che è rimasta inattuata per via sia delle condizioni di sicurezza che dell’opposizione di alcuni gruppi locali. Una ricostruzione dei fatti che coincide a quella fatta nei giorni scorsi da un leader dei Tebu, il quale ha parlato esplicitamente di gruppi francesi presenti in Niger e nel Fezzan che ostacolano accordi presi tra il 2017 ed il 2018 con gli italiani. Ma Kamidi, nel suo discorso, si spinge oltre e, come detto, ha specifiche richieste per Roma: “Noi chiediamo al governo italiano e all’Unione europea di offrire un sostegno maggiore tramite l’invio di aiuti umanitari urgenti al sud e in special modo nelle città dove sono presenti i Tuareg”, è la posizione del leader Tuareg.

“Senza aiuti e sviluppo nel sud – prosegue Kamidi – non è possibile alcuna collaborazione con i paesi esteri. Nel caso in cui il governo italiano dovesse riprendere a sostenere in modo sincero queste città, allora potremmo accettare la collaborazione con loro”. Aiuti (e soldi) in cambio della collaborazione: di fatto Kamidi apre alla possibilità che i Tuareg riprendano gli accordi di Roma del marzo 2017, al momento inattuati, e diano una mano per ristabilire sicurezza, ma l’Italia dovrebbe nuovamente tornare in campo quanto prima. La sicurezza nel sud della Libia è un fattore di importante interesse nazionale: qui ci sono molti stabilimenti dell’Eni, così come da qui passano gran parte dei migranti che si riversano poi sulle nostre coste. Riprendere i fili intricati del mosaico del Fezzan è quindi essenziale: Tuareg, Tebu e le altri tribù della zona sono ago della bilancia per capire l’esito della partita libica.

Se continueranno a scontrarsi la situazione non è destinata a migliorare, con grave danno per l’Italia. Diversamente, se il sud della Libia torna ad essere in un contesto di equilibrio allora il primo beneficiario sarà proprio il nostro paese. Intanto migliaia di persone sono senza elettricità ed isolate dal resto del paese: un altro simbolo ed un altro emblema di cosa è oggi la Libia e cosa comportano le beghe interne ed internazionali sulla pelle dei cittadini.