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Bilancio a metà della seconda conferenza di Berlino sulla Libia. Da un lato tutti gli attori internazionali coinvolti, compreso il governo libico di Abdul Hamid Ddeibah, si sono trovati d’accordo sul piano politico voluto dall’Onu che prevede le elezioni il 24 dicembre prossimo e la smobilitazione dei combattenti stranieri ancora presenti. Dall’altro però le spaccature politiche interne ed esterne potrebbero rallentare il programma di riconciliazione.

Il nodo delle elezioni

Il processo elettorale in Libia è uno dei nodi più ingarbugliati sciogliere. Le Nazioni Unite fanno pressioni per rispettare la data del 24 dicembre, nel simbolico giorno del 70esimo anniversario della Libia. Ma c’è un’altra scadenza importante: il primo luglio è la linea rossa indicata dall’Alta commissione elettorale della Libia per organizzare le elezioni in tempo. Come ammesso dalla stessa ministra degli Esteri libica Najla el Mangoush in conferenza stampa a Berlino, “sappiamo che il tempo sta scadendo”. Per rendere possibili le elezioni mancano ancora due cose: le condizioni di sicurezza e le regole del voto. La prima questione è legata alla partenza dei mercenari stranieri e ai movimenti delle truppe (straniere e libiche) sul campo. La seconda necessita di una nuova legge elettorale e di una base costituzionale per andare al voto. Quali saranno i poteri del nuovo presidente? Verrà eletto dal parlamento o dal popolo? Quale peso avranno le tre regioni della Libia (Cirenaica, Tripolitania e Fezzan) nel nuovo parlamento? I militari potranno candidarsi? Che garanzie ci sono che gli sconfitti accettino i risultati? Possono sembrare in apparenza domande banali, ma in Libia anche le cose più semplici possono diventare incredibilmente complesse.

Chi ritarda il voto

Perché il voto di dicembre rischia di slittare? Il primo ministro Abdul Hamid Dbeibah ieri a Berlino è stato chiaro: “Sfortunatamente non abbiamo ancora visto la necessaria serietà degli organi legislativi”. E’ un accusa alla Camera dei rappresentanti di Tobruk (il parlamento libico eletto nel 2014) e in particolare al suo presidente Aguila Saleh, di recente in Italia per colloqui con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e il presidente della commissione Esteri della Camera, Piero Fassino. A ben vedere, anche l’Alto Consiglio di Stato libico, il “Senato” che fa da contraltare a Tobruk, sta ostacolando il processo elettorale. L’organo consultivo di Tripoli, controllato da personalità vicine alla Fratellanza musulmana come Khalid al Mishri, vorrebbe indire un referendum popolare sul Progetto di Costituzione della Libia del 2017 prima del voto: un’eventualità che farebbe inevitabilmente slittare la data delle elezioni.

Il Piano B

Come uscire da questa impasse? Le Nazioni Unite hanno un “Piano B”: trasformare il Foro di dialogo politico (Lpdf, l’organismo di 75 membri che a febbraio ha nominato le nuove autorità esecutive libiche ad interim) in una sorta di mini-parlamento per votare la legge elettorale e la Base costituzionale. Ma il piano si scontra con almeno due problemi: la mancanza di consenso all’interno dell’Lpdf e il rischio che le decisioni del Foro non vengano accettate dai principali attori politici libici. C’è anche un’altra possibilità sul tavolo: introdurre sanzioni Onu contro “chi mina il successo del completamento della transizione politica, incluse le elezioni”. Questo passaggio è esplicitamente menzionato tra le conclusioni della seconda Conferenza di Berlino al punto 23. Va aggiunto che la data del 24 dicembre, peraltro, è stata inserita in una risoluzione del Consiglio di sicurezza (2570), il che rende in teoria possibile sanzionare i cosiddetti “spoiler”. Ma la realtà è più complessa: ammesso e non concesso che Paesi come Russia e Cina non si mettano di traverso, serve qualcosa di più concreto di una vaga minaccia di ipotetiche sanzioni Onu per sbloccare una crisi che rischia di far ripiombare l’ex Jamahiriya di Gheddafi nel conflitto.

La questione relativa ai mercenari

Ma la vera problematica è un’altra: al di là dei nodi politici, è possibile organizzare un voto con la presenza sul territorio di combattenti stranieri? La Libia ne è piena. Ad ovest ci sono i turchi e le milizie controllate da Ankara. Si tratta di gruppi arrivati a Tripoli e dintorni nel dicembre 2019, a seguito dell’accordo tra il governo dell’allora premier Fayez al Sarraj e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Sono stati loro ad impedire alle truppe del generale Haftar di prendere la capitale. Dall’altra parte ci sono gli alleati proprio dell’uomo forte della Cirenaica. In particolare, i contractor russi della Wagner, la società legata al Cremlino. In particolare, gli uomini di Mosca sono stanziati nella base di Al Jufra, strategica località non lontana da Sirte.

In totale sarebbero circa ventimila i combattenti stranieri, tra soldati di altri Paesi e mercenari, presenti ancora in Libia. Ci sono infatti anche forze degli Emirati Arabi Uniti non lontane da Bengasi, sempre a supporto di Haftar. Il padrone di casa della conferenza di Berlino, il ministro degli Esteri tedesco Heiko Mass, è stato categorico: “Non molleremo e non ci daremo pace – ha dichiarato nella conferenza stampa finale – fino a quando non sarà uscita dal paese l’ultima truppa straniera e questo a prescindere dal Paese di provenienza”. La sua omologa libica, Najla Al Mangoush ha parlato della possibilità di un addio delle truppe straniere entro l’estate, scatenando peraltro le ire della Turchia che – a suo dire, grazie all’accordo con il governo legittimi della Libia – non può essere paragonata ad esempio alla Russia o agli Emirati Arabi Uniti.

Le difficoltà nel mandare via i combattenti stranieri

La strada però è molto più difficile di quanto sembri. Il problema non è soltanto di carattere logistico, ma anche politico. Tutti gli attori interessati sarebbero pronti a dare l’ordine di evacuare i propri uomini. Anche la stessa Turchia, la quale ha chiesto alla Russia di far tornare a casa i mercenari della Wagner. Nelle conclusioni finali del vertice, è stato messo per iscritto la volontà di far uscire dalla Libia “combattenti e truppe di altri Paesi”. Su questa formula Ankara ha espresso delle perplessità: secondo fonti diplomatiche presenti nella capitale tedesca, il governo turco avrebbe dato disponibilità a richiamare i propri mercenari ma non i soldati. Questo perché la loro presenza è vincolata dal memorandum sottoscritto con Al Sarraj nel 2019.

La preoccupazione della Turchia è che, smobilitando del tutto il proprio personale, Khalifa Haftar potrebbe tornare ad avere velleità su Tripoli. Del resto gli uomini del generale in questi giorni sono tornati a controllare diverse località del sud della Libia, proprio come era già successo alla vigilia dell’attacco sulla capitale dell’aprile del 2019. Egitto ed Emirati Arabi Uniti però avrebbero preteso la postilla nel documento finale riferita anche alle truppe regolari. La diffidenza turca da un lato e gli ostacoli politici dall’altro potrebbero tardare sine die la risoluzione del problema.