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In Italia lo si ricorda soprattutto per le sue, non tanto lusinghiere, esperienze calcistiche. Saadi Gheddafi però è stato molto di più di un semplice calciatore all’interno della gerarchia del potere del padre Muammar. Aveva intuito, in una fase in cui la Libia stava uscendo dall’isolamento internazionale, le potenzialità del calcio e dello sport in generale per aiutare Tripoli a fare affari con l’occidente. Per questo la sua detenzione è durata a lungo, almeno 7 anni. Imprigionato nel 2014, Saadi Gheddafi è tornato libero soltanto nella giornata di domenica. Un aereo decollato da Tripoli lo ha portato dritto a Istanbul, lì dove ha chiesto asilo politico. Ma perché si è giunti proprio adesso alla liberazione del terzogenito del rais?

Una liberazione dal forte significato politico

Andando a ritroso, Saadi nel 2011 si è rifugiato in Niger. In quell’anno le primavere arabe hanno travolto diversi governi nordafricani e quello del padre si è ritrovato ad essere assediato dai rivoltosi e dalla Nato. Si sa poi com’è andata a finire. Muammar Gheddafi il 20 ottobre 2011 è stato scovato a Sirte e ucciso assieme al figlio Mutassim. In Niger si stava dirigendo, un mese dopo, anche il secondogenito Saif Al Islam, designato successore del padre. Ma, a differenza di Saadi, Saif nel Paese africano non ha mai messo piede perché è stato catturato poco prima del confine. Le nuove autorità di Tripoli hanno da subito chiesto l’estradizione in Libia dei figlio calciatore di Gheddafi. Cosa che è avvenuta nel 2014. Da allora di Saadi si è saputo ben poco. Nel 2015 è emerso un video in cui si notavano torture a lui inflitte da alcuni carcerieri. In particolare, il terzogenito del rais è stato preso a bastonate sui piedi ed è stato ripetutamente schiaffeggiato. Ufficialmente si trovava in prigione per la morte di Bashir al Riyani, calciatore trovato ucciso nel 2005. Il processo si è concluso con l’assoluzione per Saadi, confermata nel 2018 da un tribunale di Tripoli.

Nessuno però si era preso la briga di liberarlo. Troppo pesante il suo cognome per dare immediata esecuzione a una sentenza di non colpevolezza. Forse il timore era dato dalle possibili nuove tensioni in grado di innescare la notizia della scarcerazione di un Gheddafi. Domenica sera un aereo con Saadi a bordo è decollato dalla capitale libica e ha raggiunto la Turchia. La notizia della sua liberazione è stata confermata da una fonte del ministero della Giustizia ad AgenziaNova. Il figlio del rais si trova quindi adesso a Istanbul, lontano dalle tensioni libiche. Il premier Abdul Hamid Dbeibah ha commentato su Twitter parlando di “riconciliazione”. A nessuno però è passato inosservato che appena poche settimane fa Saif Al Islam Gheddafi, dal luogo in cui da dieci anni si nasconde protetto dalle milizie di Zintan, ha annunciato ufficialmente la volontà di candidarsi alle elezioni di dicembre. Più che di riconciliazione dunque, si potrebbe parlare di “riabilitazione” dei Gheddafi. La liberazione di Saadi in tal senso sarebbe un segnale volto a preparare la strada a un possibile ritorno della famiglia del rais sullo scenario politico.

Il ruolo della Turchia

C’è poi un altro aspetto da considerare. Il terzogenito del rais è volato subito a Istanbul. Non si è trattato di un caso, né forse di una scelta dello stesso Saadi. La sue liberazione è avvenuta a seguito di intense e lunghe trattative tra diversi attori, sia interni che esterni alla Libia. A livello interno, hanno fatto sapere fonti libiche alla Reuters, le contrattazioni sono state soprattutto tra il governo di Dbeibah e alcuni esponenti di spicco della tribù a cui appartiene la famiglia Gheddafi. A fare da mediatore però sarebbe stato soprattutto l’ex ministro dell’Interno Fathi Bishaga, uomo forte legato alla Turchia. Ankara ha avuto un ruolo cruciale nella vicenda e ha garantito, tra le altre cose, anche asilo politico a Saadi Gheddafi.

É bene ricordare che il governo turco dal dicembre 2019 è il principale partner militare di Tripoli, tanto da inviare nell’ovest della Libia soldi, armi e mercenari per combattere il generale Khalifa Haftar. Un’avventura, quella libica, che per la verità alla Turchia non ha fruttato ancora molto. Il presidente Erdogan non ha intenzione di perdere questa scommessa e ha l’obiettivo di avere dalla propria parte i futuri leader libici, quelli che usciranno dalle elezioni del prossimo dicembre. Da qui forse il tentativo di avvicinarsi alla famiglia Gheddafi, in vista di una candidatura di Saif. Anche se, per la verità, quest’ultimo negli anni ha mostrato maggiore vicinanza alla Russia. Ma in Libia, specialmente in questo periodo, le carte si rimescolano facilmente a seconda di dove tira il vento.

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