Il prossimo 31 ottobre, a più di di due anni dalla scadenza del mandato Presidenziale del Generale Sleiman, si riunirà il Parlamento libanese per eleggere, dopo 45 tentativi, il proprio Presidente della Repubblica.La carica, per la costituzione libanese, spetta ad un cristiano maronita e proprio il fronte dei cristiani lo scorso gennaio si era ricompattato intorno alla figura del Generale Aoun che aveva anche ottenuto l’appoggio dello storico rivale Samir Geagea.Il sostegno di quest’ultimo ad Aoun aveva sostanzialmente rivoluzionato i tradizionali blocchi della politica libanese, mettendo fine ad una trentennale rivalità tra i due storici esponenti e rivali dei principali partiti cristiano maroniti. Sul fronte della politica locale, l’insolita collaborazione tra Geagea ed Aoun ha raccolto alle elezioni amministrative dello scorso maggio più del 70% dei consensi dell’elettorato cristiano maronita, lasciando pochissimo alle Falangi di Amin Gemayel e al partito Marada di Suleiman Frangie.L’accordo tra Geagea ed Aoun non era stato però sufficiente a far raggiungere a quest’ultimo il quorum necessario per diventare Presidente del Libano, circostanza che si sarebbe potuta concretizzare con i voti o del partito di Hariri o degli Hezbollah.Le Forze Libanesi rivendicano l’aver sbloccato lo stallo della presidenza, avere bloccato la strada a Frangie e soprattutto aver ricompattato il blocco dei partiti cristiani. La conseguente decisione di Hariri di appoggiare Aoun, candidato sul quale da sempre avevano puntato gli Hezbollah, sta sostanzialmente per sbloccare la paralisi istituzionale nel quale il Libano si trova dal maggio del 2014.Lo scenario, apparentemente lineare, non trova tuttavia valutazioni concordanti tra i vari attori ed esperti della politica libanese che, in previsione del voto di lunedì, hanno differenti chiavi di lettura della situazione. L’appoggio di Hariri ad Aoun viene visto, da alcuni osservatori, come una mossa per “vedere”, similmente ad una partita di poker, le reali intenzioni di Hezbollah di votare il proprio candidato.Proprio il leader degli Hezbollah, Hasan Nasrallah, ha confermato, una settimana fa, il proprio sostegno al Generale Aoun, riconoscendo il compromesso politico raggiunto da Hariri nel sostenere Aoun, definendolo un sacrificio politico.Il compromesso sulla Presidenza della Repubblica porterebbe Hariri a diventare Premier del libano, ipotesi sulla quale anche gli Hezbollah sarebbero pronti a convergere, seppur non entusiasti. Hariri, dal canto suo, tornando Premier andrebbe a recuperare quel consenso nella comunità sunnita, in parte smarrito negli ultimi mesi anche alla luce dell’affermazione politica del suo collega e rivale Ashraf Rifi. Rifi, ex ministro della Giustizia, è considerato l’uomo forte della città di Tripoli capace di rappresentare gli orientamenti più marcatamente anti Hezbollah ed anti Iran.Non stupisce pertanto che Rifi sia contrario al sostegno del Generale Aoun. Numeri alla mano, la convergenza del partito di Hariri, Future Movment, il partito di Aoun insieme a quello di Geagea e i voti degli Hezbollah dovrebbero garantire l’elezione del Presidente indipendentemente dai voti del partito Amel (alleato di Hezbollah) del Presidente del Parlamento Nabih Berri, che ha manifestato molta cautela (forse più per ragioni personali che strettamente politiche) sul nome di Aoun. Quest’ultimo è riuscito, con ostinazione, a non rinunciare alla sua candidatura, minacciando anche il governo di fare dimettere i propri ministri, determinando un’ulteriore paralisi del sistema politico già provato.Il voto di lunedì secondo, il quotidiano libanese Now Lebanon, potrebbe sancire la fine dell’influenza siriana sulle decisioni politiche libanesi a favore dell’influenza iraniana. Secondo questa teoria la cosiddetta pax siriana sul Libano sarebbe saltata e, prova di questo nuovo scenario, sarebbe il lungo vuoto di potere lasciato aperto dal maggio del 2014 e soprattutto il fatto che i partiti tradizionalmente più vicini a Damasco avevano puntato su Suleiman Frangie. Proprio l’appoggio offerto da Hariri a Suleiman Frangie, avrebbe profondamente incrinato i rapporti tra il leader sunnita e le Forze Libanesi, che da anni stavano manifestando insofferenza per le modalità di condivisione e scelte di governo fatte dagli alleati sunniti.