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Sono trascorsi ormai nove mesi dall’inizio delle proteste in Libano, ma il ritorno alla normalità è ancora lontano. I manifestanti sono riusciti in poco tempo a ottenere la caduta del premier Hariri, ma il cambio politico chiesto a gran voce dalle piazze non si è mai realizzato. Il potere adesso è nelle mani del nuovo primo ministro Hassan Diab, che può contare principalmente sul sostegno dei due maggiori partiti sciiti del Paese: Amal ed Hezbollah. La sua nomina, come era facile immaginare, non ha soddisfatto le richieste dei manifestanti, che volevano un esecutivo lontano dai soliti giochi settari che regolano la politica libanese. Le proteste sono quindi proseguite anche durante la quarantena, seppure in maniera più contenuta e in modalità diverse rispetto a prima, e mai nessun partito era stato in grado di imporre la propria agenda e le propria bandiera. Adesso però qualcosa sta cambiando.

Le proteste in Libano

Nel Paese dei cedri, secondo le stime ufficiali, la disoccupazione è arrivata al 35%, il tasso di povertà è del 45% e il Libano fa ormai parte degli Stati maggiormente indebitati a livello mondiale. Non a caso le prime proteste a seguito dell’allentamento delle restrizioni da coronavirus sono coincise con le negoziazioni del Governo libanese con il Fondo Monetario internazionale per avere nuovi fondi per evitare il definitivo collasso dell’economia del Paese. In generale, i manifestanti da ottobre del 2019 chiedono un migliore stile di vita, accesso all’istruzione, la tutela del diritto alla salute, più posti di lavoro e la fine della crisi economica, oltre alla fine dell’influenza delle potenze estere sul Paese. Un tema quest’ultimo molto delicato, che ha inevitabilmente dei risvolti nella politica interna libanese. I manifestanti infatti hanno chiesto prima di tutto la fine del sistema settario che regola la nomina del primo ministro e l’assegnazione dei Dicasteri per dare così vita a un Governo realmente competente e in grado di soddisfare le richieste della popolazione. Le piazze sono riuscite in effetti a ottenere la caduta del premier Hariri, ma i ritardi nella nomina di un suo successore e la scelta in fine di un personaggio come Hassan Diab – vicino all’Iran e già facente parte del mondo politico libanese – hanno deluso le aspettative dei manifestanti.

Nonostante la delusione, le manifestazioni sono andate avanti in maniera pressoché pacifica e un relativo ordine è stato mantenuto anche durante il periodo di lockdown imposto dal Governo per contrastare la diffusione del coronavirus nel Paese. A maggio però situazione è cambiata e l’anima apartitica e pacifica della protesta ha iniziato a venir meno.

Il ritorno dei settarismi

Come già scritto da Mauro Indelicato su InsideOver, nel mese di maggio le proteste contro il Governo hanno subito un mutamento. Nelle città di Tripoli e Sidone – rispettivamente enclavi sunnite e sciite – le manifestazioni hanno assunto un carattere più violento e i manifestanti hanno abbandonato i soliti slogan per adottarne di nuovi, maggiormente incentrati sulle necessità delle comunità di appartenenza. Un copione che negli ultimi giorni si è ripetuto nella capitale Beirut, aumentando così il timore che le proteste si stiano trasformando pian piano in rivendicazioni settarie. Sabato infatti si sono registrati degli scontri tra manifestanti e sostenitori di Hezbollah, ma a colpire è stata anche la maggiore presenza dei cristiani, giunti in piazza dietro indicazione dei propri partiti di riferimento (finiti da poco tra i banchi dell’opposizione). Come riportato da al Jazeera, una parte dei manifestanti ha intonato slogan settari e ha chiesto la rimozione dell’arsenale ancora nelle mani di Hezbollah, scatenando così un vero e proprio scontro con i sostenitori del Partito di Dio. Le violenze hanno interessato principalmente i quartieri di Chiyah e Ain al-Remanneh, zone a maggioranza sciita la prima e cristiana la seconda: si tratta di una zona della città particolarmente importante, perché lì passa la strada che durante la guerra civile segnava il confine tra la parte cristiana e quella musulmana della capitale.

Le proteste quindi stanno assumendo un carattere sempre più settario dopo mesi in cui ogni bandiera – salvo quella ufficiale libanese – era stata tenuta fuori dalla piazza dei Martiri. Il rischio quindi che le manifestazioni vengano nuovamente strumentalizzate e che si trasformino in uno scontro su base settaria è sempre più vicino.

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