Due guerre che sono una sola, due trattative parallele in cui una parte in causa in un contesto, gli Usa, è mediatore nell’altro. Islamabad e Washington distano oltre 11mila km ma nelle prossime settimane saranno vicinissime. Nella capitale pakistana, il governo di Shehbaz Sharif sarà il mediatore dei complessi colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran. Il cessate il fuoco dell’8 aprile ha aperto la terza fase del dialogo tra Washington e Teheran, dopo che la guerra su larga scala ha portato gli Usa a subire il blocco dello Stretto di Hormuz e a fare i conti con un’impreparazione strategica alla gestione della crisi da loro stessa scatenata assieme a Israele.
Il Pakistan e la chiave della mediazione tra Usa e Iran
Il Pakistan, spalleggiato da Turchia e Egitto, spinge una complessa e articolata mediazione da cui dipende una grossa fetta del futuro dell’Asia Sud-Occidentale. E in queste due settimane di cessate il fuoco sarà decisivo capire in che misura l’Iran sarà disposto a fare concessioni sullo status quo creato dalla guerra, che ha fatto scoprire a Teheran di avere già nello Stretto di Hormuz una vera e propria “atomica”, che ha trasformato una strozzatura geografica di 31 km in un campo minato (non solo metaforico) per i commerci globali e in una leva geopolitica senza precedenti.
Ma sarà anche doveroso comprendere quale sarà la nuova strategia americana dopo un impantanamento palese e in che misura le priorità di Tel Aviv saranno bilanciate a Washington nella partita per il Medio Oriente assieme a quelle degli alleati arabi e degli Stati con ambizioni strategiche e preoccupazioni trascendenti la regione, ma che un tracollo della situazione in Iran farebbe quantomeno trasecolare. In quest’ottica Pakistan e Turchia sono osservati speciali, e il fatto che dopo che Ankara ha fatto di tutto per evitare la guerra sia stata Islamabad a provare a fermarla è indicativo. Il Pakistan sarà il banco di prova diplomatico per il vicepresidente J.D. Vance, che aveva già “sfiorato” i negoziati nell’aprile 2025, quando recandosi a Roma per la Pasqua e per incontrare Papa Francesco si trovò nella Città Eterna proprio mentre le delegazioni di Teheran e Washington svolgevano la seconda sessione di colloqui indiretti mediati dall’Oman.
Islamabad e il filo rosso con Washngton
Vance sarà a Islamabad mentre l’amministrazione di Donald Trump si prepara a mediare a Washington dei possibili colloqui tra l’alleato israeliano e il Libano, in un tentativo di contenere l’attivismo militare di Tel Aviv e evitare che lo scontro tra lo Stato Ebraico e Hezbollah faccia crollare la fragile architettura emersa l’8 aprile. Per l’Iran e il Pakistan la guerra nel Golfo e quella in Libano sono lo stesso conflitto, mentre per Benjamin Netanyahu i miliziani sciiti di Hezbollah sono un bersaglio in quanto tali e, come testimoniato dal maxi-bombardamento dell’8 aprile dopo il cessate il fuoco in Iran (con un’operazione dell’inequivocabile nome di “Oscurità Eterna”) il Libano intero resta un bersaglio.
“Gli attacchi israeliani contro il Libano rischiano di esacerbare ulteriormente le tensioni tra Stati Uniti e Iran, dopo che Teheran ha risposto limitando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, interrompendo i flussi globali”, nota Trt World aggiungendo che “secondo molti analisti , ciò potrebbe acuire l’agitazione e l’ansia di Netanyahu e dei suoi alleati, spingendoli potenzialmente a chiedere ulteriori azioni militari, nella convinzione che una pressione costante possa indebolire le forze anti-israeliane in tutta la regione”.
La variabile israeliana
Gli Usa hanno provato ad alzare la posta spingendo Tel Aviv e Beirut a negoziare, rilanciando la precedente proposta francese, per provare a risolvere all’ombra della guerra una conflittualità israelo-libanese che formalmente prosegue dal 1948. La realtà dei fatti parla di profonde asimmetrie. A Islamabad, gli Usa cercano di ottenere dai negoziati ciò che non hanno potuto raggiungere con la guerra e hanno l’interesse a una fine delle ostilità che eviti problematiche ulteriori, mentre in Libano Israele può essere spinta proprio dall’inconcludenza delle guerre a proseguire le ostilità. E paradossalmente il Libano è la leva con cui, da un momento all’altro, Tel Aviv può far deragliare i negoziati sull’Iran.
Del resto, dopo il cessate il fuoco, non solo “Oscurità Eterna” è andata in scena. L’8 aprile si sono registrati i sospetti attacchi aerei sulla raffineria iraniana sull’Isola di Lavan, di cui sono sospettati gli Emirati Arabi Uniti, alleati di Tel Aviv; nei cieli degli stessi Emirati e del Kuwait si sono verificate intercettazioni nonostante l’Iran abbia negato ogni attacco. Islamabad chiama Washington, l’Iran chiama il Libano: il sentiero tra la pace e la guerra è stretto. E i negoziati incrociati e le mire asimmetriche sul dopo-guerra pesano molto nel determinare in che misura questa cruciale fase di trattative avrà successo.
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