Israele e Libano si accordano per un fragile cessate il fuoco di dieci giorni che non risolve le problematiche profonde del Paese dei Cedri ma può avere un valore politico nello spianare la strada ai nuovi negoziati tra Usa e Iran mediati dal Pakistan, che ha accelerato la sua diplomazia in questi giorni. Il governo del presidente Joseph Aoun e del premier libanese Nawaf Salam da un lato, quello israeliano di Benjamin Netanyahu dall’altro: a Washington gli Usa hanno mediato una tregua che, sostanzialmente, nasce asimmetrica e dovrà dimostrare il valore politico. I dialoghi di più alto livello tra Beirut e Tel Aviv dal 1983 a oggi, andati in scena tra i rispettivi ambasciatori a Washington al Dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio, hanno prodotto una svolta che andrà valutata alla luce dell’atteggiamento che terrà Hezbollah, la milizia sciita sostenuta dall’Iran, ma anche se non soprattutto di Israele.
Israele-Libano-Hezbollah, triangolo tra guerra e negoziati
Se da un lato Tel Aviv ha iniziato gli attacchi aerei, missilistici e terrestri contro il Libano dopo che Hezbollah ha lanciato missili contro lo Stato Ebraico il 2 marzo scorso, per vendicare l’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, dall’altro è anche vero che dalla fine del conflitto di settembre-novembre 2024 non c’era stato praticamente giorno in cui Israele non avesse preso di mira il Partito di Dio. E quando Hezbollah sembrava aver sostanzialmente accettato l’estensione al Libano del cessate il fuoco Usa-Iran mediato dal Pakistan l’8 aprile, Israele ha alzato la posta con pesantissimi bombardamenti sul vicino settentrionale. Le deboli forze armate libanesi sono rimaste coinvolte nel conflitto senza capacità d’azione, e l’asimmetria del cessate il fuoco sta tutta qui: a negoziarlo sono Tel Aviv e Beirut, non Hezbollah che ha molti più elementi militari da far valere. E in un certo senso si trova, comunque, col mirino puntato dato che l’accordo Israele-Libano consente allo Stato Ebraico di colpire “per autodifesa”.
“Hezbollah ha rispettato alcuni accordi precedenti negoziati dal governo libanese”, nota il New York Times, anche se dopo la mezzanotte odierna “l’esercito libanese aveva affermato di aver registrato diverse violazioni da parte di Israele da quando il cessate il fuoco era entrato in vigore a mezzanotte” e al contempo Tel Aviv mantiene saldo il piede a terra nel Paese limtrofo, dato che “Netanyahu ha dichiarato che le truppe israeliane sarebbero rimaste in Libano durante la tregua, nell’ambito di quella che ha definito una zona di sicurezza allargata che si estende tra la costa mediterranea del Libano e il confine con la Siria, a sud del fiume Litani”, analizza il Nyt.
Sponda per l’Iran?
Insomma, c’è da dire che il Libano ha negoziato a casa del maggior alleato del Paese che l’ha invaso, senza carte vere da giocare se non la richiesta di un periodo di normalità e respiro e senza poter garantire nulla se non sperare negli equilibrismi di Hezbollah. Una trattativa quantomeno asimmetrica ma che per Beirut è risultata vitale per potersi destreggiare di fronte alle minacce umanitarie e politiche di una guerra che ha prodotto oltre 2mila morti in un mese. Il valore d’uso del cessate il fuoco è relativo, ma in questa fase conta quello di scambio: l’amministrazione Usa di Donald Trump compie un passo politico per accelerare la trattativa con l’Iran, che chiedeva lo stop ai raid contro il Libano come garanzia per negoziare seriamente un secondo round di colloqui. La consapevolezza che la pace in Iran sia presupposto per quella in Libano è chiara, e di fronte a questo viene da pensare se sia davvero Hezbollah la minaccia da temere o se la chiave per capire se tale cessate il fuoco durerà non stia, invece, nell’assertività e nella corsa israeliana alla “guerra infinita”.
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